Vološin e l’Italia. Impressioni di Firenze
Ho
scelto questo tema per diversi motivi. Il primo, e sostanziale motivo è che
questo scrittore e poeta “russo” è anche ucraino se non altro perché è nato a
Kiev nel 1877. Si tratta di un caso simile a quello degli altri grandi
conterranei N.V. Gogol’ o M.A. Bulgakov. Sono contemporaneamente grandi
scrittori russi e ucraini. Infatti, una delle particolarità della cultura
ucraina è quella di avere due lingue il russo e l’ucraino. Se non si rimarca
questo fatto non si capisce neanche l’identità complessa di altri paesi
europei: dal Belgio all’Irlanda, dalla Svizzera alla Croazia. Negare questo
stato di fatto conduce ed ha condotto a enormi tragedie.
In
secondo luogo, la vita e l’attività di Vološin è strettamente connessa allo
sviluppo ed alla affermazione dell’avanguardia letteraria e delle arti
figurative. Non pochi studi in Italia ed all’estero ignorano di riffa o di
raffa la sua figura. Personalmente ho già scritto diverse volte sia sulla vita
letteraria ucraina (1) sulla vita e l’attività di M. Vološin (2) ma dal momento
che si fa finta di nulla ribadisco con questo
nuovo intervento la mia posizione. Va anche riconosciuto che una gran
parte della colpa di questo stato di fatto dipende dagli studiosi sovietici e
russi che nel passato, per puri motivi ideologici, e, oggi per contrapposizione
di scuole filosofiche e culturali non sono ancora riusciti a stampare una serie
di volumi filologicamente validi che diano un resoconto complessivo
dell’attività pubblicistica e letteraria di M. Vološin.
L’opera
di Vološin è ancora dispersa in una miriade di pubblicazioni con i suoi scritti
divisi anzi stritolati e sezionati con intendimenti diversi e spesso
contrastanti.
Questo
fatto suscita non pochi problemi a chi vuole indagare e poi illustrare
l’evoluzione della creatività di Vološin in tutti i suoi aspetti. Ci pare che
molti problemi nascono dal fatto che non tutti i documenti, anzi solo una
parte, sono stati pubblicati o quelli pubblicati sono disseminati su riviste e
giornali poco diffusi. Tuttavia cercheremo di superare queste difficoltà
cercando di fare il punto sul problema dei suoi rapporti con l’Italia.
Intanto,
è bene sottolineare che sua madre Elena decise per motivi economici di
trasferirsi al Sud. Il 17 maggio 1893 il poeta scrive nel suo diario “Oggi si è
deciso che andremo in Crimea e a Teodosia e vi vivremo… Addio Mosca!. Ora al
sud, al sud. Nel meraviglioso sud, lucente, eternamente giovane, fiorente” (3)
Questa
idea del sud ritornerà sempre sia dopo i due viaggi in Italia e poi in Spagna e
i lunghi soggiorni in Francia. Il poeta ritornerà sempre a Koktebel’ nella sua
Crimea, anzi, questa regione per lui è il sostitutivo dell’Italia. In altre
parole, a nostro giudizio, per Max Vološin vivere a Koktebel’ era come vivere
in Italia. Valga per tutto questa citazione “la Crimea è già l’Italia un po’
trasfigurata, è l’Italia vista dalle tenebre delle lontananze crimeriche” (4).
E
tuttavia il periodo in cui ha vissuto in Italia è tutto sommato assai breve
cioè quello dei due viaggi: il primo nel 1899 con la madre e il secondo nel
1900 con tre amici.
I
documenti che abbiamo fin qui potuto raccogliere dimostrano che il poeta,
almeno per quanto concerne il secondo viaggio, aveva messo a frutto
l’esperienza del primo e prima di partire aveva calcolato che economizzando su
tutto il viaggio sarebbe andato a costare 150 rubli per ognuno… Quindi aveva
assunto tante informazioni.
In
ogni caso già avanti il primo viaggio ha delle cognizioni di italiano. Basti
pensare che la lettera del 12 aprile 1898 ad Aleksandra Michajlovna Petrova è
firmata “diligentissimo bambino”.
Giudizi
del primo viaggio in Italia ci sono rimasti. Dirò subito che sono tutt’altro
che positivi, anzi, si riallaccia ad un luogo comune di molti viaggiatori
stranieri anche russi che vedevano l’Italia il paese dei morti a partire da
Lamartine ma anche N.P. Ogarev è partito da questa impressione per poi arrivare
a conclusioni opposte (5).
In
una lettera sempre ad Aleksandra Michajlovna da Locarno del 13 (25) ottobre
1899 ricorda che tre giorni prima ha visto un gruppo di dame e cavalieri che
fecero un picnic sul tetto del duomo di Milano “ai piedi stessi dell’ideale
dell’umanità” (6). Ma il 13 novembre dalla capitale francese riassume così le
sue idee “In questo Parigi si differenzia tanto dalle città italiane, dove è
rimasta solo la storia, e i parassiti turisti come nugoli si muovono e mangiano
il suo cadavere. La storia è già finita e la vita reale dell’Italia è lontana
da questi monumenti classici. E qui, nelle strade di Parigi senti con tutte le
fibre dell’anima che la storia vive, e
questa folla che si disperde sulle vie oziosamente e rumorosamente per
scoppiare come un rombo di spari e fiumi di sangue” (7). Comunque, la
conoscenza che Vološin ha acquisito dell’Italia è limitata ad alcuni centri
(Venezia, Verona, Bellagio, Milano e Chiasso) (8). Probabilmente gli
avvenimenti politici di quei mesi debbono aver incrinato le certezze raggiunte.
Infatti, pochi mesi dopo ritorna con gli amici in Italia, ma non solo in
Italia. Questo secondo viaggio è documentato in modo assai più dettagliato del
precedente perché ci sono vari documenti: in primis sono rimaste le lettere
della Pretrova. Col secondo viaggio – in treno – transita per vari paesi, per
cui prima di venire in Italia può fare i confronti con la Polonia, l’Austro-Ungheria,
l’Italia e la Francia. E non solo. Di questo secondo viaggio esistono altri
tipi di testimonianze a partire da quelle coeve, anzi immediate, scritte sul
“Giornale di viaggio”. Questo “giornale” ci permette di operare un confronto fra le sue impressioni e quelle dei suoi
amici. Per nostra fortuna queste testimonianze vengono ampliate
considerevolmente dal fatto che al suo ritorno in patria fu arrestato per la
sua partecipazione ai disordini studenteschi dei mesi precedenti ed esiliato nel
Turkestan. Questa nuova esperienza in oriente amplia a dismisura gli orizzonti
del giovane e promettente poeta e lo porrà di fatto nella riflessione degli
avvenimenti all’avanguardia dell’avanguardia [è un elemento che non hanno visto
tutti gli studiosi da Ripellino a Serena Vitale].
Come
abbiamo già detto della prima parte del viaggio abbiamo già scritto in varie
occasioni. Tuttavia c’è ancora da dire, e molto, e significativo. Intanto
va detto che spesso i suoi critici hanno dimenticato di mettere insieme i vari
pezzi del mosaico delle testimonianze del suo secondo viaggio in Italia che
rappresenta un quasi completo capovolgimento alla precedente impressione
dell’Italia “il paese dei defunti”.
Giunto
nell’Asia centrale russa scrive una serie di pezzi sul giornale locale “Russkij
Turkestan”, purtroppo non portati a termine per la fine dell’esilio.
Scendendo
dalle alpi tirolesi scrive una poesia che pubblica il 18 marzo 1901 sul
giornale,“In
Italia – con forza risuonò nelle orecchie,/In
Italia – mi cantavano gli uccelli/In
Italia – mi frusciavano in pace all’intono i vecchi annosi abeti” (9)
Già
in Austria si era imbattuto in un pittore italiano allora di grande successo
come Giovanni Segantini (10) ed è fortemente attratto dalla lettura della
Gioconda di Gabriele D’Annunzio (11).
Il
contatto con l’oriente (Turkestan) permise a Vološin di fare un confronto fra i
valori diversi che dominavano nell’Oriente e l’Occidente. E’ questa una lezione
che non dimenticherà mai e cioè quella della relatività di tutte le culture:
tutte hanno in se i germi della decadenza futura, ma anche delle ulteriori
rinascite.. In altre parole dalla Cimmeria alla Russia zarista: tutto può
decadere, ma poi rinasce sotto altri principi e/o forme.
La
dimostrazione del nostro assunto è data dalle riflessioni che il poeta fa alla
parola “Italia” “Le piccole cittadine italiane dell’epoca rinascimentale,
vecchie, belline, carine, coperte di verde con le grosse mura delle fortezze,
le stradine strettine, i bei giovani artisti coi capelli lunghi che lavorano
nei loro studi, i monasteri coi loro misteri e l’infinita quiete, la variopinta
folla medievale, le allegre avventure e gli aneddoti di Boccaccia, la lotta per
la Nuova bellezza che sorge dal seno della terra, l’umanesimo, la lotta dei
partiti, la magnificenza della corte papale, gli affreschi del Vaticano, i
musei di Firenze, il diciottesimo secolo con la sua decadenza, con la grazia e
le magnifiche ville degli aristocratici romani – tutto questo letto sui libri e
dall’immaginazione abbellito, sorgeva nella mia mente alla parola Italia”.
Poi
sorgevano altre ombre – le ombre del XIX secolo: la triste, bella e nobile
testa di Mazzini, la figura leggendaria, immensa e semplice di Garibaldi,
l’ombra coraggiosa e sognante di Pisacane, e dietro a lui altre ombre
impallidite del Risorgimento italiano: Medici, Orsini, Saffi.
E
qui mi si parava davanti agli occhi un’altra Roma, la Roma degli artisti: Roma
delle belle contadine di Albano, delle trasteverine, le rovine dell’acquedotto,
le figure pigre dei buoi, i resti del foro, del colosseo…” (12).
“Il
giornale di viaggio” ci fornisce altri spunti su cui varrebbe la pena di
soffermarsi, spunti che abbiamo già visto nella lunga citazione precedente non
sempre accettabili, anche perché quando parla di decadenza italiana nel
diciottesimo secolo si sbaglia di un secolo.
E’
il Seicento non il Settecento il secolo della decadenza italiana. Ma ad un
giovane – per giunta poeta – si può perdonare un simile errore…
Se
andiamo a rovistare nelle note sue contenute nel “Giornale di viaggio” à
possibile rinvenire alcune perle letterarie come quando a Milano il 20 giugno
(3 luglio) 1900 cita la traduzione del sonetto “Italia, Italia!” di Vincenza da
Filicaja (13) oppure l’inizio della sua nota su Genova appena tre giorni dopo:
“Genova
è una città selvaggia, assurda e insieme infinitamente bella”. Strade
strettissime, case malsane accanto a palazzi sfarzosi etc. Giunto a Pisa gli
balza agli occhi che il Duomo è non nel centro, ma ai margini della città, ma dentro al tempio il suo pensiero va subito
a Galileo. Il giorno successivo dopo aver visto il camposanto il suo pensiero è
quello di andare al mare per rendere omaggio alla tomba si Shelley (14). Subito
dopo parte in treno per Firenze. Rimane colpito dalla cupola del Brunelleschi.
Giunto in città assieme a Leonid Išeev vaga per Firenze per vedere Piazza della
Signoria, Palazzo Vecchio, la Loggia dei Lanzi per arrivare all’Arno passando
davanti agli Uffizi e poi contemplare il campanile di Giotto (15). A Firenze
Vološin si trattiene tre giorni cioè fino all’11 luglio. Ha così modo di vedere
la Venere Medicea, il Viale dei Colli, Santa Croce. L’ultimo giorno vede
diversi monumenti: dal Bargello a S. Lorenzo fino al museo di S. Marco (16).
Il
14 luglio giunge a Roma dove si trattiene fino al 24 luglio dopo di che va a
Napoli, Pompei e Ravello. A Roma approfitta per andare anche nei Castelli
Romani.
Nella
vita ulteriore del poeta e dello scrittore non tornerà mai più in Italia, andrà
in Spagna e vivrà a lungo in Francia. I motivi di questa assenza vanno
ricercati nelle difficoltà familiari personali e sociali di Vološin. Ma questi
due viaggi cosa hanno significato per il suo mondo interiore, per la sua
poetica?
A
nostro giudizio un passo importante per fissare definitivamente (o quasi) la
sua concezione del mondo, sulle diversità fra Oriente e Occidentale e nello
stesso Occidente fra Russia ed Europa Occidentale (compresa l’Italia).
In
secondo luogo il secondo viaggio ha permesso al poeta Vološin di conoscere da
vicino la musicalità della lingua italiana anche perché si era messo a
studiarla e a praticarla. Non solo! Ha acquistato diversi libri su cui poi si è
esercitato anche nella traduzione o almeno nella ricerca della comprensione dei
testi originali.
In
terzo luogo, il viaggio in Italia gli ha suggerito varie e continue
esercitazioni poetiche.
Alcune
poesie scritte in seguito alla sua presenza in Italia e che poi hanno avuto
anche un riconoscimento dalla critica più avveduta sono almeno tre: Venezia, Al
foro, Ponte vecchio (17). Sono, guarda caso, le tre città (Venezia, Roma e
Firenze) che ancora oggi i turisti russi in Italia scelgono. Senza la visita a
queste tre città i viaggi delle agenzie turistiche russe subiscono una
falcidia. Le tre poesie hanno una risonanza fonica fuori dal
comune. Nella lingua russa solo Puškin forse lo può superare.
Infine
esiste un altro filone della visita all’Italia che ha sicuramente ravvivato nel
poeta il filone religioso. Molti anni dopo, nel pieno della guerra civile,
Vološin scriverà due poesie di argomento religioso: Laude alla Madre di Dio e,
guarda caso, San Francesco (18) in cui riecheggia i temi cari al
francescanesimo enucleati nel Cantico delle creature che si può considerare uno
dei presupposti culturali del moderno ecologismo.
Maksimilian Vološin a Firenze. Maksimilian Vološin è arrivato a Firenze in treno con l’amico Leonid Kandauron da Pisa in estate ed esattamente il 25 giugno (8 luglio secondo il calendario gregoriano) del 1900.
Maksimilian Vološin a Firenze. Maksimilian Vološin è arrivato a Firenze in treno con l’amico Leonid Kandauron da Pisa in estate ed esattamente il 25 giugno (8 luglio secondo il calendario gregoriano) del 1900.
La
prima cosa che vede sono i “bei tratti della cupola del Brunelleschi” costruita
come sappiamo poco prima che si svolgesse il concilio di Firenze, la prima
assise degli intellettuali dell’Est e dell’Ovest dopo secoli di scomuniche
reciproche.
I
due russi cui il giorno successivo si aggiungerà un terzo viandante il principe
Išeev che era andato a La
Spezia con il quarto russo della comitiva Smirnov.
Vološin
arriva a Firenze il trentesimo giorno
della sua partenza dalla Russia. Nella città del Fiore è circondato subito
dagli agenti dei vari alberghi cittadini desiderosi di procacciarsi clienti e
mance. Vengono tutti allontanati, ma uno riesce a precederli nell’albergo dove
sono diretti. Questi avanza pretese di onorario ma anche costui viene
allontanato in modi piuttosto bruschi, anche perché questi turisti russi non
sono persone facoltose, ma hanno i denari contati e che tengono ben stretti per
paura di finirli troppo presto.
Dopo
aver preso una camera al settimo piano andarono “a vagabondare per Firenze.
Vicino a noi c’era Piazza della Signoria col suo Palazzo Vecchio
(italiano), abbellito da una torre bellissima nella sua semplicità. Finché
rimase chiaro guardammo le statue che impreziosivano Piazza della Signoria e la Loggia dei Lanzi
(italiano) su cui correvano i bambini suscitando un brusio incredibile” (19).
Poi con l’amico Leonid passano davanti agli Uffizi, arrivano fino all’Arno e
qui furono colpiti dalla luna che faceva capolino fra le nubi. Guarda l’Arno e
vi scorge la silhouette della torre di Palazzo Vecchio.
In
poche frasi il capo dell’avanguardia russa ha descritto l’incontro con la
città. Un incontro che subisce continui cambiamenti: dall’ammirazione per le
bellezze naturali e artistiche all’incontro/scontro coi fiorentini che vedono
nel turista straniero una persona da sottomettere per ricavarne il massimo
profitto, alla reazione del turista con mezzi insufficienti che non vuol farsi
“depredare” perché il viaggio gli è costato una somma notevole che non sa
neanche quando e come potrà rimborsare ai suoi creditori.
Il secondo giorno della permanenza fiorentina Maksimilian Vološin lo dedica totalmente alla visita degli Uffizi. La descrizione della visita non è dettagliata, ma d’insieme. Proprio per questo le impressioni di Vološin sono interessanti e importanti perché ci forniscono un quadro delle convinzioni artistiche delle avanguardie del primo Novecento. Vološin scrive testualmente:“I vecchi quadri mi danno più soddisfazione storica che estetica. Io ho goduto più direttamente alcuni quadri contemporanei di pittori attuali di cui è fornita una piccola sala che i capolavori dell’arte antica”. E poi prosegue “la soddisfazione estetica quasi sempre mi conduca al grado di contemporaneità cioè di realismo vitale che c’è in loro” (20).
Il secondo giorno della permanenza fiorentina Maksimilian Vološin lo dedica totalmente alla visita degli Uffizi. La descrizione della visita non è dettagliata, ma d’insieme. Proprio per questo le impressioni di Vološin sono interessanti e importanti perché ci forniscono un quadro delle convinzioni artistiche delle avanguardie del primo Novecento. Vološin scrive testualmente:“I vecchi quadri mi danno più soddisfazione storica che estetica. Io ho goduto più direttamente alcuni quadri contemporanei di pittori attuali di cui è fornita una piccola sala che i capolavori dell’arte antica”. E poi prosegue “la soddisfazione estetica quasi sempre mi conduca al grado di contemporaneità cioè di realismo vitale che c’è in loro” (20).
Per
questa ragione è attratto dalla “Deposizione della Croce” all’epoca di Vološin
attribuita a Grottino, ma oggi il quadro ha cambiato nome. E oggi il quadro è
attribuito al pittore fiorentino del XIV secolo Maso di Banco.
Non
solo! Vološin afferma di amare i “busti
romani perché sono ritratti fotografici”, però non gli piace la Venere Medicea , mentre
considera la Venere
di Milo infinitamente superiore perché”essa non è semplicemente una donna che
desidera l’amore sessuale, ma una donna dotata della sua maternità, maternità
umana…”.
Per
le ragioni su esposte Vološin non apprezzerà molto il gruppo scultoreo antico
detto scultura di Niobe.
Va
tenuto presente che in questo periodo Firenze ispira una poesia Ponte Vecchio
così come ci sono anche quelle dedicate a Venezia e Nel foro (romano) (3).
Nel
terzo giorno di permanenza a Firenze Vološin compie una passeggiata lungo il Viale
dei Colli (italiano). E poi osserva che il colore che prevale nella città è
il marrone grigio, e che questo è “il colore preferito dei fiorentini perché
tutte le facciate delle chiese e dei campanili hanno questo colore”.
“Giotto
colpisce per la sua severa semplicità. L’edificio della Signoria con la sua
torre di Vasari è insolitamente tipico per Firenze”. Con questa osservazione
Vološin dimostra di conoscere la ricostruzione di Palazzo Vecchio fatta dal
Vasari nella seconda metà del Cinquecento. Naturalmente anche Vološin fa una
visita senza commentarla a Santa Croce.
Finalmente
l’11 luglio, ultimo giorno di permanenza a Firenze il poeta russo
dell’Avanguardia non può fare a meno di annotare che il Sud esercita la sua
influenza perché si svegliano tardi, alle 10 del mattino. comunque, corrono
alla Badia per vedere il quadro di Filippino Lippi “vista della Madonna a S.
Bernardo”. E qui i russi che non sanno scomodano un chierico che gli apre le tende
e glielo mostra. Come ricompensa il principe Išeev gli offre solo 5 centesimi e
questo mostra chiaramente di rimanere offeso da tanta miseria.
Dopo
i turisti russi vanno al Bargello osservano “Vittorioso” di Michelangelo, le
statue di Donatello e le sculture di Luca della Robbia che esercitarono su di
loro poca impressione.
Successivamente
andando a visitare le cappelle medicee a S. Lorenzo ebbe una duplice
impressione. Da un lato, vede “la forza colossale del genio”, dall’altro la sua
anima non è presa da queste statue colossali.
A
S. Marco il nostro poeta giudica “particolarmente buona” La pesca miracolosa
del pesce. La figura di Pietro è molto espressiva e buona la testa di
Cristo e il suo gesto” (p. 265).. Infine un’impressione assai minore la ebbero
visitando S. Maria Novella.
Come
si vede le impressioni di Firenze e dei suoi capolavori artistici su questo
poeta dell’Avanguardia russa sono molteplici e a volte possono sembrare
contraddittorie, ma non lo sono. Vološin nei capolavori del passato cerca gli
elementi ideali e tecnici che lo riportano alla contemporaneità. Le sue
impressioni rappresentano comunque un bagaglio importante, forse decisivo per
sviluppare la sua creatività poetica. E’ uno dei tanti russi che sono venuti in
Ialia per approfondire le loro conoscenze, per perfezionare il suo
apprendistato artistico. Negli anni successivi il poeta russo si rivolgerà
soprattutto alla cultura francese, ormai, volente o nolente, ha acquisito lo
spirito di Firenze e dell’Italia per tutta la vita.
Renato
Risaliti
Note
01) R. RISALITI, Sulla civiltà letteraria
ucraina, “Slavia” a. XX, I, gennaio-marzo 2000, p. 18-19
02) R. RISALITI, La fortuna di Vološin in Italia
in Rossija i Italija vol. 4, M. Nauka 2004, pp. 336-339; R. RISALITI, I viaggi
di Vološin all’inizio del Novecento; R. RISALITI, Il viaggio in treno di
Vološin con tre amici nell’anno 1900; Lo sguardo che viene da lontano.
L’alterità e le sue letture n. 54 (a cura di E. Kanceff), vol. III, Moncalieri,
CIRVI, 2001, p. 1039-1051; R. RISALITI, Il passaggio delle Alpi compiuto da M.
Vološin coi suoi amici (giugno 1900). Le vie delle Alpi: il reale e
l’immaginario (a cura di G. Bertiand e MT Picchetto), Quart (Aosta), Mosumeci,
2001, pp. 117-122; Maksimilian Vološin e la Francia in Stendhal, l’Italie le
voyage, Moncalieri, CIRVI, p. 469-473.
03) I.T. Kuprjanov, Sud’ba poeta, Kiev, Naukova
dumka, 1978, pp. 23-24.
04) M. VOLOŠIN, Iz literaturnogo nesledija, SPB,
Nauka, 1991, p. 214.
05) R. RISALITI, N.P. Ogarev e l’Italia, “Tutti
gli uomini”.
06) M. VOLOŠIN, Iz literaturnogo nesledija cit,
p. 79.
07) Ibid, p. 80.
08) Ibid, p. 83.
09) I.T. KUPRJANOV, Op. cit., p. 61, Ibid, p. 227
10) Segantini Giovanni in Enciclopedia, vol. 19,
La biblioteca del sapere, Corriere della Sera, MI, 2003, p. 365
11) M. VOLOŠIN, Iz literaturnogo nasledija cit.,
p. 120
12) M. VOLOŠIN, Op. cit., p. 228.
13) Ibid, pp. 254-255.
14) Ibid, pp. 256 sgg.
15) Ibid, p. 260 sgg.
16) Ibid, p. 267 sgg.
17) M. VOLOŠIN, Iz knigi pervoj “Gody straustvij. Lirika”, SPB, Diamant, 1997, pp. 18-19 e p. 41.
18) R. RISALITI, Due poesie di Maksimilian
Vološin “Koinonia”, 1997, n. 3, pp. 21-23.
19)
M. VOLOŠIN, Iz literaturnogo nasledija, S. Peterburg, Nauka, 1991, p. 260
20)
Op. cit., p. 262.
M.
VOLOŠIN, Iz knigi pervoj “Gody stranstvij. Lirika” SPB, Diamant 1997,
pp. 18-19 e p. 41.
Questo articolo è riproducibile, del tutto o in parte, avendo però cura di citare chiaramente l'autore e le fonti.
Bellissimo ed interessantissimo pezzo. Grazie, Nicoletta
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