sabato 16 marzo 2013

Luigi Angeli. Giuseppe Giusti


Giuseppe Giusti, un poeta *

Nessuno può scrivere la vita di un uomo se non egli stesso. La sua interiorità, la suo vera vita è conosciuta solo da lui;  ma, scrivendola, egli la maschera; sotto il nome della propria vita, egli fa l’apologia di se stesso; si mostra come vuole esser visto, e non come egli è. (J.-J. Rousseau, Confessioni, a cura di S. Vernier, Paris, 1964, p. 788). Per fare una biografia, attendibile, del nostro poeta - cosa che non siamo in grado di fare qui - bisognerebbe mettere a confronto i contenuti e gli stili narrativi dell’Epistolario (curato dal Martini nell’edizione uscita a Firenze, per la casa editrice Le Monnier, nel 1932) e quelli delle Lettere familiari  inedite, pubblicate dal pronipote del  poeta, G. Babbini Giusti, nel 1897. Tutto questo, integrato dai frammenti autobiografici, inediti,(tratti dalle lettere) che si trovano, ancora, nelle biblioteche Forteguerriana di Pistoia, nell’Archivio di Stato di Pistoia e nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Ma, in entrambi gli epistolari, quello del Martini e quello del Babbini, non si sfugge al limite, individuato lucidamente dal Rousseau, di cadere nel gioco in cui non si distingue più il labile confine tra la realtà e la finzione, tra apologia e verità. Ripercorrere, brevemente, i momenti salienti della vita di Giuseppe Giusti può servire a capire il contesto in cui maturò la sua avventura umana e letteraria. Un’avventura che risente, ancora oggi, di riserve, distinzioni e dubbi, da parte della critica italiana. 
Il poeta nasce a Monsummano il 12 maggio 1809: "A dì 13 maggio 1809 Giuseppe, Celestino, Alessandro, Luigi figlio del Nobil Uomo l’Illust. Sig.  Domenico Giusti del fu Sig. Giuseppe Giusti e dell’Illust. Sig.ra Ester del Sig. Celestino Chiti coniugi di questa Cura, nato il di’ antecedente circa le ore 11 ½ antimeridiane. P.P. l’Illust. Sig. Luigi e la Sig.ra Maddalena del fu  Sig. Giuseppe Giusti suddetto. Battezzato dal Molto rev. Don Giulio Tavanti vicario spirituale[1].da una ricca famiglia di agiati possidenti. Dai sette ai dodici anni fu affidato, per essere istruito, alle cure di Don Antonio Sacchi, ma non ne ricavò nulla di buono: «Avevo sett’anni e a mala pena sapevo leggiucchiare e rabescare il mio nome;  stetti cinque anni con lui, e ne riportai parecchie nerbate e una perfetta conoscenza dell’ortografia, nessuna ombra del latino insegnato per tutti i cinque anni; pochi barlumi di storia non insegnata: e poi svogliatezza, stizza, noia, persuasione interna di non essere buono a nulla. Fra i libri letti a conto mio, e bisognava che mi piacessero davvero, perché avevo tutt’altra voglia, mi ricordo di un certo racconto sulla presa di Gerusalemme che avrò riletto sessanta volte, e mi rammento del Plutarco della Gioventù. Di tutte le Vite mi facevano gola quelle dei Pittori, dei Poeti e dei Guerrieri» ( Frassi, Vita di G.G., p.8). Nel 1821, il nostro giovane studente frequenta il collegio Zuccagni Orlandini di Firenze, uno dei migliori del Granducato, dove vi rimane circa dieci mesi; incontra Andrea Francioni, il suo padre-maestro. Un momento fondamentale per la sua formazione intellettuale. «Nella sua scuola non si sentivano urli né strepiti, non carneficine, né invidie […]. Lo studio era diventato un divertimento; perfino quello della lingua latina […]. Dieci mesi  stetti con lui, ma mi bastarono per sempre» ( ivi, p. 12). Finito l’anno scolastico, l’istituto chiuse e il nostro futuro poeta dovette trasferirsi, nel novembre del 1822, nel Seminario e Collegio Vescovile di Pistoia; inserito nella classe di «Umanità», corrispondente al nostro attuale liceo, dopo un breve periodo, nove mesi, ne uscì con un attestato abbastanza lusinghiero[2]  che però non ci dice niente della sua formazione culturale: “A dì 31 luglio 1823  Attestasi da me infrascritto, come il Sig. Giuseppe Giusti, nei nove mesi che è stato nella mia camerata, ha dato segni non equivoci di ottima indole; ed è stato docile, ubbidiente, e studioso. Gregorio Brunetti Prefetto nel Seminario Vescovile di Pistoia”
Il padre del poeta, Domenico, non soddisfatto dell’esperienza pistoiese, riesce ad inserirlo, nell’estate del 1823,  nel Real Collegio Carlo Lodovico di Lucca. L’istruzione ricevuta nel  Collegio Vescovile di Pistoia era stata talmente carente, che il giovane, «docile, ubbidiente e studioso», dovette riprendere gli studi da un gradino più basso, dalla classe di grammatica. Nei due anni circa, 1823-1825, in cui il Giusti rimase a Lucca, si esercitò, senza riserve, nella versificazione, inviando al padre sonetti dal gusto epico-lirico, frutto più degli studi accademici della scuola che della sua vera natura creativa. A sedici anni, siamo nel 1825, scrive al padre, polemizzando con il gusto letterario del momento, e, con un impeto radicale, irriverente, si scaglia contro il romanticismo foscoliano. «E’ inoltre sorto in oggi, un certo entusiasmo per cose che fanno vomitare. Vi è exempli gratia  un picciolo opuscoletto, ossia raccolta di lettere di un certo Jacopo Ortis, le quali se tu leggi sentirai che tratto tratto, vi sono delle cose che, al dire dei moderni, incantano, le quali sarebbero, mi sparpaglierei il cervello quando penso ecc ; […] Miseri farnetici! io vi compatisco; leggete Botta piuttosto che quella veramente corbelleria di Ortis, leggete Botta, e troverete  non sparpagliamenti di cervello non il dubbio se il Cielo guardi alla terra, e simili,  ma descrizioni di battaglie, e sparpagliamenti di eserciti, anzi di stati, anzi di nazioni, ed anzi quasi metà del mondo. Che importa a noi se un corbello, un pazzo, vuole per amore sparpagliarsi il cervello, così se lo sparpagliassero tutti costoro» (Babbini, Lett. fam., p.18).  Il ribelle, il contestatore, apprese pochissimo, anche in questo collegio: sufficiente in italiano, ma debole in latino. Tornato in famiglia, a Montecatini, si mise a studiare per prepararsi all’esame d’ammissione all’università di Pisa, dove si iscrisse, di «contraggenio» alla facoltà di Diritto, nel novembre del 1826. Per tre anni, Giuseppe Giusti, lontano dalla famiglia, frequenta salotti, bettole, biliardi, teatri, casini e soprattutto il famoso caffè dell’Ussero, dove improvvisa, a braccio, «scherzi», «rabeschi», tra gli applausi e i consensi della gente. Oppresso dai debiti e, infiacchito dalla vita bohémien, sostiene solo l’esame di filosofia.   Richiamato dal padre, a Pescia, dove si era trasferita la famiglia, si annichilisce nell’ozio e nella noia, solo l’amore riesce a rischiarare l’orizzonte grigio della vita di paese. Allaccia una relazione amorosa, protrattasi  dal 1829 al 1836, con la signora Cecilia Burlini, moglie dell’industriale pesciatino Antonio  Piacentini. Fu un amore travolgente e corrisposto, non solo fatto di poesie e sospiri. «I miei passi andavano piuttosto verso i giardini di Valchiusa, che verso gli orti del Berni» . Nella prima metà di novembre del 1832 il Giusti torna a Pisa per riprendere gli studi interrotti da tre anni. Aveva fatto col padre un patto solenne: concludere l’Università  nei tempi dovuti, ma le cose non andarono proprio così. Una sera, di febbraio, nel 1833, al Teatro dei Ravvivati  (ora Teatro Rossi) di Pisa, molto frequentato dagli studenti universitari, in onore della cantante Rosa Bottrigari, famosa per le sue idee liberali, si distribuirono delle poesie, che dettero nell’occhio agli agenti di polizia. L’ artista era giunta a Pisa da Bologna; e quella sera si presentò in scena, al fianco del famoso tenore Poggi, con una ghirlanda di fiori tricolore. Fu un tripudio, un delirio di urla, inneggianti all’Italia libera.  Il rumore di quella sera giunse a Firenze: il Giusti, con altri compagni, venne invitato dalla polizia a fornire spiegazioni in proposito. Seppe rispondere efficacemente all’auditore Lami, negando di trovarsi a teatro, nella sera incriminata: «Come non eravate al teatro,- gli rispose il commissario – se trovo il vostro nome nella lista degli accusati? Può essere – replicò – che i birri e le spie mi abbiano tanto nell’animo, da vedermi anche dove non sono. Quella sera l’ho passata in casa Mastiani» (Frassi, Vita di G.G., p.16).  Dire la verità non lo salvò dal divieto di presentarsi all’esame di laurea, che sostenne invece, più tardi, nel 1834, nella sessione giugno/settembre[3].  Il soggiorno pisano e non solo questo incidente – basti pensare agli echi della rivoluzione parigina del luglio del 1830, i fatti di Modena del 1831, furono determinanti per la formazione della sua personalità e della sua poetica. Ne sono prova le sue poesie La ghigliottina a vapore (1833), in cui vengono scagliate le prime invettive contro Francesco IV di Modena, e Rassegnazione e proponimento di cambiar vita (1833). In ambedue, ma specialmente nella seconda, il Giusti affila la sua arma più efficace: l’ironia. Dopo il conseguimento della laurea in giurisprudenza si stabilisce a Firenze. La città non gli fu, dapprima, un soggiorno gradito: il clima non gli piaceva, e pare non  gli si confacesse   m molto neanche il carattere dei fiorentini, che accusava, fra l’altro, di farsi pagare troppo la «gentilezza attica». Firenze, comunque, non mancava di svaghi; c’era sempre un gran via vai di stranieri, francesi e inglesi: numerosi i ritrovi eleganti, i ricevimenti, i balli. «Ogni sera grandi scialacqui e grandi spese; rosbif divorati, bottiglie di Sciampagna asciugate». Firenze era in realtà il soggiorno ideale per lui, il migliore osservatorio che egli potesse desiderare al fine di affinare la sua arte e la sua satira; era l’ambiente più rispondente al suo gusto di vivere, immerso nel mondo letterario, politico e galante. La città era uno dei centri più cosmopoliti d’Italia, più della stessa Roma; vi giungevano gli intellettuali e gli artisti più affermati d’Europa. C’era una tiepida libertà di stampa, ma c’era, soprattutto, libertà di lettura e di «chiacchiera». Non si poteva stampar nulla senza subire i controlli di una censura cinica e intransigente, ma chi andava a stampare fuor dei confini, aveva poche noie da temere, mentre le opere clandestine più eversive entravano nel Granducato di contrabbando e vi si diffondevano, a dispetto della polizia. A Firenze, la diffusione dei versi giustiani era ristretta alla cerchia dei salotti e degli amici[4], ai quali il poeta recitava direttamente i suoi lavori, accettando suggerimenti e correzioni. Di ritorno da un soggiorno a Siena, nel 1842, in casa di amici, il Giusti era giunto, all’alba, a Firenze, molto affaticato. Entrato in casa, si era gettato sul letto e si era addormentato profondamente. Dopo poco, svegliatosi all’improvviso, vide la camera piena di fumo, e un gran puzzo di carta bruciata: «Molti libri miei e d’altri sono perduti irrimediabilmente; appunti, abbozzi, studi di vario genere, e segnatamente note prese di proverbi e d’altre cose attenenti alla lingua sono andate in fumo […] Questi miseri rimasugli sono là, tuttavia in un canto, e non ho cuore per ora di metterci le mani; pure bisognerebbe che me li togliessi dagli occhi, perché non posso ripensarci senza fremere dal fondo delle viscere »(Ep., I, p. 460, lett. a G. Vaselli, 1842).  Non erano passati pochi mesi che un nuovo colpo aggravò la salute del poeta. Una domenica di luglio, in via de’ Banchi, a Firenze, mentre passava davanti a Palazzo Garzoni Venturi, lo assalì un gatto infuriato:  «Mi graffiò e mi morse senza intaccarmi la pelle, bensì mi lasciò nella gamba sinistra l’impronta dei denti […] A dirtela, ebbi una paura del diavolo, non lì nel momento, ma dopo; e per l’impressione ricevuta e per quello che poteva accadere, perché m’accertai che era idrofobo» (Frassi, Vita di G.G., p.41). 
L’idrofobia[5] gli aveva fatto sempre, fin da ragazzo, un terrore indicibile.  Nello stesso anno, a Monsummano, assiste con amore, l’amatissimo zio Giovacchino, fino alla morte, che sopraggiunge il 21 maggio del 1843. Giuseppe, fiducioso nell’eredità dello zio, che gli avrebbe permesso di sposarsi con l’amata Isabella Rossi, un sogno a lungo rimandato, subì un dura delusione. Lo zio si era scordato  nel testamento del suo caro nipote. Alla fine di gennaio 1844 egli poté finalmente partire, con la madre, per Roma e Napoli. Si trattenne a Roma pochi giorni, data la pessima stagione; il 9 era già a Napoli e prese alloggio in via Toledo. Fu accolto con tanta cortesia, la fama delle sue poesie lo aveva preceduto, «che dopo pochi giorni gli pareva di essere nato là». 
Il Giusti si trattenne a Napoli oltre un mese: il tempo “diabolico” gli impedì di godersi in pieno la visita del Vesuvio tutto avvolto da una nebbia così folta che, per quanto il vulcano fosse in eruzione, non gli permise di vedere «neppure un razzo di fuoco». Il poeta, a Napoli, strinse molte amicizie, prima fra tutte con Gabriele Pepe, che nel 1826 aveva avuto a Firenze il famoso duello col Lamartine; con Carlo Poerio, poco dopo arrestato, quale complice dei fratelli Bandiera, e col fratello di lui, Alessandro Poerio. Intanto, il male sconosciuto, che da più di un anno gli stava addosso, lo aveva agitato in un alternarsi di brevi riprese e di lunghe ricadute; quando credeva di essere lì per trovare un po’ di salute, era a un tratto ricacciati nelle sofferenze e nell’angustie morali. Aveva dovuto mettere da parte gli studi, e pensare, più concretamente, alla propria salute. Ma un altro nemico, a suo dire, gli turbava, non poco, il sonno. I suoi «scherzi, i suoi «ghiribizzi», appunto perché in gran parte affidati alla diffusione orale o a quella di manoscritti ricopiati molte volte, e non sempre con diligenza, subivano spesso modificazioni e tagli, o si allungavano in varianti.
"Tra gli altri dispiaceri che mi sono toccati quest’anno-scriveva al padre Domenico nell’agosto del 1844- ora s’è aggiunto quello di vedermi pubblicare di furto e pessimamente la maggior parte dei miei versi, nei quali ho speso tanto tempo e tante cure Un librajo di Lugano, senza badare alla mia reputazione, ne ha fatta raccolta alla peggio e le ha date fuori con elogi pomposi per me, ma guaste in maniera che appena si riconoscono. Fortuna che io oramai sono difeso dalla opinione dei migliori uomini dell’Italia e anco di Francia, ma ho necessità di provvedere al mio nome in qualche modo, e già ho passate alla censura per dare alle stampe poche cose mie con una lettera, nella quale ho trovato il modo di protestarmi avvocatescamente. Nella settimana ventura, le copie saranno sparse per tutto e così rimarranno col naso lungo un palmo. Intanto coglierò quest’occasione per fare una garbatezza alla moglie d’Azeglio che è qua, dedicandole il libretto( a Domenico Giusti, Livorno, 6 agosto 1844, Babbini,  Lett. fam., p. 253)."
A sua insaputa, nel 1844, a Lugano, come si evince dal frammento della suddetta lettera, venivano pubblicate alcune sue poesie, ad opera di un anonimo editore, forse ben intenzionato, ma non troppo scrupoloso (Poesie italiane tratte da una stampa a penna, Italia, 1844). L’edizione, curata da Cesare Correnti, che ne dettò la prefazione, fu pubblicata a spese del Ciani, presso la Tipografia della Svizzera Italiana a Lugano; ma, dapprima, fu attribuita, erroneamente, alle cure di Giuseppe Mazzini. Il Giusti se ne risentì vivacemente e, infatti, subito dopo, dava alle stampe i Versi nell’edizione di Livorno (Versi di Giuseppe Giusti, Livorno, Tipografia Bertani e Antonelli, 1844), nella cui dedica alla marchesa Luisa D’Azeglio manifestava il suo sdegno contro lo “stampatore sfrontato e disonesto”. Del libretto, mandò molte copie agli amici, dolente di non aver potuto produrre qualcosa di più ampio. Per consolidare la sua fama di poeta, nell’anno seguente, 1845, il Giusti, fece pubblicare dalla tipografia Fabiani, di Bastia, trentadue dei suoi «scherzi». Questa raccolta non portava il nome dall’autore, ma ormai tutti erano a conoscenza della paternità di quei versi (Versi, Bastia, Tipografia Fabiani, 1845). Nel corso del 1845, convinto dall’amico Giovambattista Giorgini, il poeta di Monsummano si decise a partire, in compagnia della marchesa D’Azeglio e della Vittorina Manzoni, figlia di Alessandro Manzoni, per Milano, «senza un cencio di passaporto, senza un soldo in tasca. Grande curiosità ed interesse suscitò l’arrivo a Milano del Giusti. I versi pubblicati a Bastia correvano per tutte le mani, rispondendo alle attese dei sentimenti di libertà e di indipendenza che pervadevano il paese da sud a nord. Il Manzoni accolse il «toscano Aristofane» come un suo pari, e lo volle ospite per tutto il tempo del suo soggiorno in Lombardia (circa un mese): «Che pace – scriveva il poeta – che amore, che buona intelligenza tra loro! Il Alessandro non so se sia maggiore la bravura o la bontà; l’unico che mi rammenti d’aver conosciuto sul taglio di lui, è il Sismondi». A Milano il poeta conosce gli scrittori e gli intellettuali della cerchia manzoniana: Tommaso Grossi, Giovanni Torti, il Rosmini, gli Arconati, i Litta – Modigliani, Luigi Rossari. Il Manzoni aveva apprezzato il Giusti prima ancora di conoscerlo personalmente. Rispondendo ad una lettera del Giusti (in data 8 novembre 1843) che gli chiedeva un  giudizio sulle sue poesie, così si esprimeva: «Son chicche che non possono esser fatte che in Toscana, che da Lei; giacché, se ci fosse pure quello capace di far così bene imitando, non gli verrebbe in mente di imitare». Era la prima consacrazione letteraria avuta dal poeta da un grande scrittore. Dopo le produzioni poetiche del 1844 e 1845, pubblicò una terza edizione, nel 1847 (Nuovi versi di Giuseppe Giusti, Firenze, Tipografia di T. Baracchi, 1847) che ebbe un successo strepitoso di pubblico e di mercato. Scriveva in quei giorni il Giusti alla marchesa Luisa D’Azeglio:«Le cose nuove mi consolano molto. Sapete che anch’io coi miei piccoli ferri ho cercato di tener vivo il fuoco quando pareva semispento […]. Il paese da morto che era si è riscosso generalmente».Gli ultimi anni della vita di Geppino (1848-1850), come lo chiamava, affettuosamente,Alessandro Manzoni, furono contrassegnati dalla grande illusione di un’Italia finalmente libera e dalla disillusione, dovuta al mancato accordo tra i sovrani italiani, nella conduzione della guerra d’indipendenza: prevalsero la ragione di stato e i conflitti interni tra repubblicani e democratici.
La lettera inviata all’amico pesciatino Lorenzo Marini ci dà una testimonianza lucida e impietosa della situazione italiana: 
"Firenze, 8 aprile 1849.  Mio Caro Lorenzo, Le nostre cose son precipitate daccapo, e molto più in basso che nel luglio del 1848. La nazione non è morta,e non è morto il pensiero che l’agitò e la mosse a tentare il suo riscatto; anzi questo pensiero ricacciato addentro nell’animo e tenuto lì fisso e vivo dalle sventure si purificherà, si affinirà, scoppierà fuori quando che sia, più forte, più universale, più irresistibile.Tu sai che io non sono corso mai a sperare ciecamente, ma sai altresì che io non ho disperato mai,  neppure negli anni di sonno apparente corsi dal 31 al 47. I popoli come gli individui nel passare da un’età ad un’altra sono presi talora da una specie di atonia e di stupefazione, la quale gli fa credere più fiacchi che mai, nel tempo appunto che sono lì lì per risorgere a nuova vita e a nuova salute […]. Due cose ci hanno nociuto principalmente: la poca e la soverchia fede in noi stessi. L’una ci fece lenti e l’altra avventati. La prima alimentò e mantenne tra noi il gregge infinito degli increduli, dei titubanti, degli uomini che a forza di rinculare cascarono all’indietro; la seconda scatenò la furia matta e scomposta dei presuntuosi, degli armeggioni, dei guastamestieri, i quali senza prima accertare il corso s’ingolfano in un mare burrascoso e incognito, senza scandaglio e senza astrolabio. Fate troppo, gridavano gli uni standosene colle mani in mano.- Fate poco, urlavano gli altri, e raspavano per raspare. E noi tra il fate poco e il fate troppo non abbiamo fatto nulla, e siamo riusciti a far peggio.[…] L’esercito piemontese è stato guastato da due opposte fazioni. Dalla fazione che voleva tornare indietro, e che dava del pazzo a Carlo Alberto perché perseverava nel proposito di riattaccare la guerra; dalla fazione dei demagoghi che diceva ai soldati di non battersi per un re e con un re; che sognava e faceva sognare l’insurrezione universale, la guerra dei popoli, e altre fantasie di questa fatta. Che ci è accaduto? Ci è accaduto che la guerra è stata ripresa a malincuore, che sul campo di battaglia, di sessantamila uomini non se ne sono battuti che ventimila, e che le armi italiane sono state annullate in tre giorni. Poni che le due repubbliche, romana e toscana, non si sono fatte vive a eterna vergogna; poni i tradimenti veri tradimenti inventati a comodo;poni Genova sottosopra e il Piemonte confuso e disordinato; poni lo stato incerto e vacillante dell’Italia centrale e la minaccia imminente di un’invasione austriaca, e lo sfacelo di tutti e di tutto, e formati un concetto per il poi,se ti riesce, e vedi a che siamo ridotti.[…] Qui si pencola tra la repubblica e il tornare dove eravamo. Da un duole rinunziare alle proprie opinioni e al fatto proprio, dall’altro mettono in pensiero i Tedeschi che muovono alla volta dei nostri Appennini. Il Guerrazzi col Ministero e coi più dell’Assemblea e coi più del paese, o si tengono in corda, o accennano di venire a patti e fare di necessità virtù; la cricca dei circoli, gli avidi, i turbolenti, i disperati, i pochi galantuomini che s’illudono tuttavia, arrotano gli ultimi fari per ir-rompere alle cose estreme e scalzano i fondamenti al Guerrazzi, come scalzarono al Ridolfi e al Capponi.Sul cadere di un rivolgimento civile, chi ha più paura per sé e più si getta alla disperata[6].
Ci fu, da parte del poeta, un timido affacciarsi alla finestra della politica: nel 1847 viene nominato dal Granduca“maggiore” della Guardia Civica [7] di Pescia.  Nel 1848 viene eletto deputato[8] all’Assemblea legislativa toscana per il collegio della Val di Nievole nelle due tornate elettorali di giugno e novembre. Si chiude definitivamente, nel 1849, la sua esperienza diretta nella politica[9]. La politica, nel suo aspetto più pragmatico della parola, era estranea alla visione del mondo del Giusti. Scrive, comunque, a riconfermare la sua vena memorialistica, l’incompiuta Cronaca dei fatti di Toscana(1845-48), pubblicata postuma, nel 1890, dal Martini col titolo Memorie inedite di Giuseppe Giusti, ultima testimonianza del suo aggrapparsi, in maniera atipica, alla sfera politica del suo tempo. Unica nota lieta, in questo periodo, la nomina di Accademico della Crusca[10]. Benché amico di molti accademici, il Giusti, non era mai stato tenero con le Accademie, contrario a tutto ciò che potesse «limitare in qualche modo, anco diretto, il libero esercizio delle sue facoltà  intellettuali».
Muore il 31 marzo 1850 [11]nel palazzo dell’amico carissimo, Gino Capponi, in via San Sebastiano, soffocato dal sangue della rottura di un tubercolo polmonare. Questo è il tracciato,  profilo biografico del Giusti, che può aiutarci a capire l’origine e lo sviluppo della sua formazione poetica. . Sono passati  più di centocinquanta anni dalla morte e più di duecento dalla nascita del  del Giusti. Ci sono state, puntualmente, le celebrazioni del 1900, del 1909, del 1950, del 2000 e del 2009. Ci sono stati i convegni del 1973, Giuseppe Giusti e la Toscana del suo tempo, e quello del 1994-95, Giuseppe Giusti. Il tempo e i luoghi. Quest’ultimo convegno, i cui Atti sono stati stampati da Olschki, nel 1999, viene considerato il punto più avanzato della ricerca sull’opera giustiana. Sono stati scritti, dall’Ottocento ad oggi, metri cubi di carta per inquadrare questo scomodo personaggio, considerato dalla “borsa valori”  della critica italiana, linguaiolo, moderato, piccola mente, prosaico, mediocre, ambiguo, senza trovare un’adeguata collocazione della sua poesia e della sua prosa nella storia della nostra civiltà letteraria. Dal 1960 circa fino al 1995 – quasi quaranta anni – Luigi Baldacci, il referente ufficiale della ricerca giustiana e la critica letteraria accreditata, sembrano suscitare le solite domande: Giusti è un poeta o non è un poeta? Oppure, per annacquare la problematicità del tema, perché non individuare un Giusti maggiore, che risente di Dante, e un Giusti minore, un po’ scarico di vena satirica, che toscaneggia col Manzoni.?«Quel che conta è che si faccia – afferma Baldacci – una differenza tra i due e tra i due tempi», per spiegare l’origine della satira giustiana: «In un primo tempo la sua espressione fu quella del ribelle ed egli scese in campo contro la società patriarcale, paterna e paternalistica rappresentata dal governo granducale; in un secondo tempo che il dovere più immediato e urgente era di correre in soccorso della patria, cioè della madre, oppressa e umiliata, e fu il momento quarantottesco». E per concludere, prosegue, sempre il Baldacci: «[…] Con un’avvertenza finale: che tutto questo non spiega la poesia del Giusti; che ha in sé e solo in sé la sua ragione formale, ma può spiegare se ci si crede, la sua non-poesia» (Luigi Baldacci, Il destino del Giusti, in Studi italiani, anno VII, fasc. 1, 1995). Abbiamo virgolettato questo giudizio finale del critico onde evitare interpretazioni arbitrarie e soggettive, ma quanto affermato dal Baldacci ha il sapore, dico sapore, di una sosta per affanno. E’ una sosta un po’ lunga, circa quaranta anni, che evidentemente, nonostante tutte le migliori intenzioni critiche, non ha eliminato del tutto i dubbi, i pregiudizi sulla natura della poesia del nostro poeta. Ritorna in ballo la non- poesia? Speriamo di no. Eppure, bisogna riconoscere al Baldacci che parlando della fortuna/sfortuna del Giusti ne individuò le cause, con chiarezza e sintesi, come conferma Lucio Felici (L’ambigua presenza del Giusti in Giuseppe Giusti, Il tempo e i luoghi,L. Olschki, 1999: “[…] e io condivido senza riserve - scrive il Felici – i suoi giudizi circa le cause dell’oscillante e ambigua fortuna del Giusti: l’equivoco risorgimentale del “poeta patriota”; le incomprensioni crociane e le forzature del dottrinarismo marxista (E. Sereni, La poesia del Giusti e il moderatismo toscano, 1948, in “Quaderni di Rinascita”, I), il pregiudizio che ha gravato a lungo sulla satira come genere minore. Questa lucida analisi dove ci porta? Non vorremmo ritornare all’equazione, scongiurata dai più, di satira critica uguale non-poesia. Nel tentativo di dare una collocazione alla produzione letteraria giustiana Aldo Borlenghi, nel suo saggio, Giusti e la poesia giocosa-satirica nel primo Ottocento, edito nel 1990, suggerisce una scorciatoia abbastanza logora nella critica: un Giusti evoluto e un Giusti involuto. L’anno di svolta sarebbe il fatidico 1845. L’anno della conversione, si fa per dire, alla ideologia moderata del Manzoni e del Capponi. Lo stesso Borlenghi, per meglio definire la poetica giustiana, introduce, come unità di misura del nostro “uomo senza qualità”, il concetto di “mediocrità”, già usato dal Sapegno, nel lontano 1950, Slanci e mediocrità nella poesia civile del Giusti, in L’Unità, 20 aprile 1950. E cosa intende per mediocrità il nostro critico, il Borlenghi: “La mediocrità è il rilievo più costante che esce da una lettura della poesia del Giusti, come dalla valutazione della sua opera nel quadro della cultura, degli interessi e indirizzi pubblici da cui trasse occasione, e del ritratto dell’uomo, delle vicende biografiche”. Non viviamo, forse, più o meno tutti, nella santa mediocrità, che ci permette di sostenere il peso del vivere, dell’indagare, del cercare senza avere la certezza di un punto di arrivo preciso. Cerchiamo, con tutte le forze, con le nostre contraddizioni, con le nostre insicurezze, di scoprire qualcosa di noi, la parte sconosciuta di noi, la nostra ambigua identità. Se ciò vale per noi perché non può valere per il poeta, per la sua opera, per la sua ricerca a più dimensioni. Non ho capito bene cosa voglia dire la presenza ambigua del Giusti in Pirandello, Palazzeschi e Gadda, che il Felici sottolinea con la penna blu (L’ambigua presenza del Giusti, in Giuseppe Giusti, Il tempo e i luoghi, Firenze, Olschki, 1999). Che cosa c’è di ambiguo nel trovare tracce di un poeta nella propria opera: “[…] Il Giusti continua a vivere, a essere presente nelle pagine del Novecento. Con incerta fortuna, con imprecisa, sospetta identità». Il povero Giusti è, nel bene e nel male, patrimonio, specchio feroce, con la sua opera letteraria, della nostra cultura. La sua mediocrità, le sue ambiguità, presunte o vere, da un punto di vista letterario ed umano, sono lo specchio del  nostro modo di essere. La sua poesia è riuscita a esprimere e a rappresentare, con parole, ritmi, invenzioni e forme, il nostro “io collettivo”, che nessun trattato socio-antropologico, saprebbe fare meglio.In questi saggi, più o meno datati, non si riesce  mai a capire la metodologia usata, né gli strumenti usati, né le ipotesi che vi stanno dentro, che sono le linee guida del lavoro. Sono semplicemente flussi mentali personali, umorali, formalmente suadenti, in alcuni casi, ma che non analizzano l’originalità della satira e della prosa del Giusti. Il valore della sua  produzione letteraria  resta, ancora, un oggetto oscuro da definire. Le ultime celebrazioni giustiane, mi riferisco al 2009,  hanno partorito un unico lavoro, che ha rotto gli antichi schemi accademici della bella relazione, fitta di citazioni e rimandi onorevoli: è la ricerca condotta dall’Elisabetta Benucci[12] e dal suo staff dell’Accademia della Crusca di Firenze. Si tratta di una vera ricerca scientifico-filologica, basata sui manoscritti originali dei proverbi raccolti dal Giusti  in un arco di tempo, presumibile, che va dal 1837 al 1845. Nella lettera a Silvio Giannini, del 1839, il Giusti scrive che ne ha raccolti circa  duemila sei o settecento. Un vero lavoro da folclorista “ sui generis”. Per quanto riguarda la poesia, invece, è dal 1974, credo, che la cultura accademica, si dibatte se valga la pena o meno, di dare avvio all’edizione critica degli “scherzi”. Impresa, non facile, è evidente, come dice la Luciani[13] data la mole del materiale disperso da reperire e sistemare filologicamente, ma se non si parte da lì, i metri cubi di saggi si accumuleranno, inesorabilmente, sul tavolo della  stampa anastatica delle varie edizioni delle poesie del nostro poeta. A tutt’oggi, come già noto, esiste solo un tentativo filologico sulla poesia. Si tratta di una tesi di laurea, elaborata da Alidina Marchettini su I Manoscritti delle poesie del Giusti nella biblioteca Nazionale, nell’anno accademico 1972/73, guidata dal prof. Domenico De Robertis, illustre filologo. A questa esperienza, unica, si aggiungono i tentativi parziali, del Mineo e del Falaschi[14].
Per quanto riguarda al contributo dato dal poeta alla causa nazionale del paese e facile cadere nel già scritto. Gran parte della sua poesia, della sua satira è intrisa di quotidianità politica. Con gli “scherzi” si apre la serie di quadri a sfondo politico. Si comincia con La guigliottina a vapore  del 1833(ispirata ai tragici avvenimenti di Modena del 1831, che gli dette una grande fama, ma anche noie da parte della polizia). Si prosegue con Rassegnazione e proponimento di cambiar vita, scritta  anch’essa nel 1833, a 24 anni, che si riferisce a una manifestazione patriottica di studenti nel teatro dei Ravvivati di Pisa. Successivamente la sua satira si fa politica ma anche denuncia del malcostume e dei vizi dei personaggi che si nutrono di politica e patriottismo fasullo(Lo stivale, 1836, metafora della storia italiana i cui si esprime la necessità di  essere uniti per fare l’Italia). Anche la situazione del Granducato viene presa di mira attraverso le poesie, Il Dies irae, inno funebre per l’imperatore d’Austria,Francesco I, morto nel marzo del 1835; Legge penale per gl’impiegati, satira sulla burocrazia toscana, scritta nel 1835; Il re travicello, satira contro Leopoldo II, granduca di Toscana, scritta nel 1841. L’elenco sarebbe troppo lungo, ma il poeta intende fare politica attraverso la sua attività letteraria. Anche l’Epistolario è una lunga testimonianza del suo amore per la rinascita del paese. Una memoria cha attraversa quasi tutta la sua vita, dal 1822, dal Collegio di Pistoia al 1850 in cui scrive all’amico Enrico Mayer, pochi giorni prima di morire.  Vale la pena di riportare uno stralcio del la prima lettera scritta ad Andrea Francioni  dal Collegio suddetto: "A  Andrea Francioni  Dal Collegio di Pistoia, il 25 novembre 1822. Le scrivo queste poche righe per sapere cosa è stato di lei, che non ci stima di una risposta; forse il dispiacere che io abbia lasciato cotesto istituto ritiene la mano cento volte tentata a rispondere, pensando che questo sia accaduto per mia cagione; ma creda pure che io non ho lasciato che con dispiacere cotesto luogo stimandolo capacissimo a formare un giovane, istruito, civile, e trattabile come lo stima mio padre; ma è bisognato ubbidire e docilmente sottomettersi al volere di quest’ultimo."[15]



                                                                                                                                               
 

                          Luigi Angeli        










[1] Archivio della chiesa di S. Maria della Fonte Nuova di Monsummano, Libro dei battesimi,(1808-1842), n..42, p.7.
[2] Fondo privato, Attestato di frequenza del convittore Giuseppe Giusti.
[3] Archivio di Stato di Pisa, Sez. D II, n. 9, Libro dei Dottorati , dal 1806 al 1834. Al n. 2175 : “ Adì 18 giugno 1834
Il Sig. Giuseppe del Nob. Sig. Cav. Domenico Giusti di Pescia si dottorò in utroque jure. Decretò all’Arcivescovo Monsignor  Pietro Del Testa Vicario Generale. Laureò e dette le insegne Dottorali il Sig. Prof. Francesco Bonaini. Rogò il Sig. Dott. Giovan Battista Tortolini Cancelliere Arcivescovile”.
                                                                                                                        ( dall’Università di Pisa)

[4] M.PIERI, Della Vita di Mario Pieri scritta da lui medesimo, libri 6, Firenze,  coi tipi  di Felice Le Monnier, 1850, p. 72. La sera del 25 febbraio 1839 un letterato corcirese, il prof. Mario Pieri, dopo aver sentito il G. nella casa Rosellini recitare L’incoronazione Lo Stivale, scriveva nel suo diario: « Bella e viva fisionomia, che non smentisce il talento» .
Frequenò, inoltre, altri salotti fiorentini: i Peruzzi, i Bartolomei, i coniugi Poniatowski e, soprattutto, la casa di Isabella  Rossi, acui fu legato dal 1838 al 1840.
[5] Cfr. lettera a Niccola Monti, Pescia, 15 dicembre 1843, Ep., I, p.557: «Non posso negarle che quel fatto accadutomi a Firenze non mi ponesse in grande apprensione. Le circostanze che lo accompagnarono furono molte e gravi assai; fino da ragazzo, una delle cose che mi abbia fatto un terrore indicibile è appunto l’idrofobia.
Cfr. anche la lettera ad  Atto Vannucci, Livorno, 14 settembre 1844, Ep., II, p. 108.
[6] Ep.,III, 292,93,94
[7] V. Appendice documentaria
[8] Archivio Bonsanti Firenze, «La Gazzetta di Firenze», Firenze, 19 giugno 1848.
[9] V. Appendice documentaria
[10]V. Appendice documentaria
[11] V. Appendice documentaria
[12] Giuseppe Giusti, Proverbi, a cura di Elisabetta Benucci, Firenze, Accademia della Crusca  Le Lettere, 2011
[13] P. Luciani, Sulle carte giustiane, in Giuseppe Giusti. Il tempo e i luoghi, Firenze, Olschki, 1999, p.17.
[14] N. Mineo, Nuovi inediti del Giusti, in “Annali della scuola normale superiore di Pisa”, Classe di lettere, s. II, XXVII, 1958, pp. 23-71, G. Falaschi, La guerra di Giuseppe Giusti nelle sue varianti, “Lettere Italiane”, 1972,4, pp. 499-507.
[15] Ep., I, pp.1-2


Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore  e della fonte da cui è tratto.


Pubblichiamo questo articolo del nostro socio Luigi Angeli tenuto a Pistoia il 22 marzo 2011 all'Istituto Professionale di Stato per l' Agricoltura e l'Ambiente "Barone Carlo De Franceschi" in occasione della Giornata di Studio Personaggi pistoiesi del Risorgimento e successivamente pubblicato nello stesso anno e con lo stesso tit. in una monografia comprendente gli atti di quel convegno. Luigi Angeli. Laureato in pedagogia ha insegnato per lungo tempo a Pistoia. Si occupa di letteratura italiana e di problematiche pedagogiche. E' uno dei più autorevoli studiosi italiani del Giusti sul quale ha pubblicato numerose monografie. Collabora con le riviste “Le Opere e i giorni”, "Storialocale" “Nebulae” per la quali ha pubblicato numerosi saggi di iconografia giustiana. 

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