giovedì 16 maggio 2013

R. Risaliti. Lev Mečnikov e il suo saggio su Francesco Domenico Guerrazzi



Francesco Domenico Guerrazzi visto da Lev Mečnikov

Da alcuni anni ci siamo impegnati a divulgare il pensiero e gli scritti di Lev Il’ič Mečnikov, uno dei primi e più acuti italianisti che abbia avuto la Russia a torto dimenticati nel suo paese natale e in Italia. Abbiamo già ripetutamente sottolineato che uno dei motivi della “dimenticanza” si trova non tanto nella sua complessa origine nazionale che non è pienamente né russa, né ucraina, né ebraica perché altrimenti in Russia molti esponenti della cultura e della politica dovrebbero essere cancellati dalla storia russa, quanto dal fatto di aver vissuto dall’età di venti anni fino alla morte all’estero e anche a causa della sua matrice culturale non marxista, ma populista (1). Lo scritto che prendiamo in esame è appunto uno dei non pochi saggi sulla storia e sulla cultura italiana che dimostra diverse cose: 1) che nella lettera a Černyševskij del 1862, catturata dalla polizia zarista e riportata da Franco Venturi nella sua opera Il populismo russo (vol. 1, pp. 333-34), dopo che il “Contemporaneo” (Sovremennik) aveva pubblicato due articoli Caprera e l’Ultimo Doge veneziano (Daniele Manin), Lev Mečnikov (tradotto Leon Brandi) presenta un piano di lavoro, cioè un elenco di scritti suoi suddiviso in ben 13 articoli. Fra questi al punto 10 e 11, Lev Mečnikov si impegnava a scrivere di “Leopardi e Giusti” e del “triunvirato toscano (Guerrazzi, Montanelli e Mazzini)” (2). Allo stato della ricerca documentaria è possibile stabilire che Mečnikov ha pubblicato sulla stampa russa dell’epoca solo una parte dei saggi da lui programmati come quello sul Doge veneziano. Per quanto riguardai punti 10 e 11 probabilmente sono stati riuniti o da lui stesso o dalla redazione del “Contemporaneo”. I motivi possono essere stati i più vari, non ultimo il fatto che quando i due saggi su  Guerrazzi vennero pubblicati nel 1864, Cernyševskij era stato condannato a decenni di Siberia e il poeta Nekrasov cercava con ogni mezzo di sfuggire ai rigori della censura zarista (3). Infatti pochi mesi dopo la rivista fu definitivamente chiusa (4). Il programma di saggi sull’Italia fu interrotto, però, dalle autorità italiane che cacciarono dal paese l’ex ufficiale garibaldino Lev Mečnikov che aveva dato un valido contributo alla vittoria sui borbonici nell’ultima e definitiva battaglia sul Volturno. Mečnikov in questa battaglia fu gravemente ferito, ma le autorità del Regno d’Italia si preoccuparono poco della sorte di un uomo che aveva versato tanto sangue per la sua unità e la sua indipendenza! (5). Ma esiste un ulteriore elemento cui abbiamo nel passato brevemente accennato, un fatto a nostro giudizio sottovalutato da un grande studioso del populismo russo come Franco Venturi, la figura di Lev Mečnikov e l’importanza dei suoi scritti sull’Italia nella formazione delle idee centrali e degli ideali del populismo russo. Basterà ricordare i saggi di un garibaldino russo con gli accenni alle masse rivoluzionarie delle campagne e delle città da Palermo a Napoli, e soprattutto il comportamento dei lazzaroni all’arrivo di Garibaldi, dall’esaltazione dell’eroe popolare impersonato da Garibaldi che anticipa l’esaltazione dei rivoluzionari contadini (mezzo eroi popolari e mezzo briganti) di Pugačev e Sten’ka Razin fatta da Bakunin nel suo saggio contro Mazzini (6). Abbiamo già documentato l’incontro tra Mečnikov e Bakunin a Firenze e quindi ci pare un dato ormai acquisito. Va detto incidentalmente che in uno scritto quasi coevo al Guerrazzi Lev Mečnikov fa una descrizione dettagliata di un famoso brigante maremmano, Stoppa (7). Alla bibliografia su Garibaldi già presentata nell’opera da noi curata di Mečnikov andrebbero aggiunte le indicazioni di N.M. Sikorskij sull’ampiezza degli scritti apparsi sul “Contemporaneo” nell’anno cruciale, 1860 dalla Vita di Garibaldi di Karnovič all’opera del grande poeta ucraino T.G. Šeevčenko con Gajdamaki (8) oppure gli scritti di N. Dobroljubov sull’Italia (9). Comunque, fra tutti gli scritti apparsi all’inizio degli anni Sessanta dell’Ottocento sulla stampa russa quelli di Lev Mečnikov sono di gran lunga i più importanti non solo per la quantità delle pagine pubblicate, ma anche per le idee sull’Italia che vi sono contenute. Infatti, nello scritto di Mečnikov su F.D. Guerrazzi, suddiviso non a caso in due parti pubblicate sul n. 4 e 10 del “Sovremennik” (Contemporaneo) del 1864 vi si trovano delle analisi approfondite sia sulla storia dell’Italia sia sulla sua storia letteraria. Prima di tutto questi saggi dimostrano lo sforzo compiuto dall’autore per conoscere la storia dell’Italia in tutte le sue molteplici manifestazioni negli anni trascorsi in Italia e soprattutto in Toscana. Non a caso molti saggi hanno un argomento toscano. In questo scritto su Guerrazzi, Lev Mečnikov parte dalla considerazione che lo sviluppo dell’Italia era stato fermato da circostanze esterne, ma che ora l’odio per gli stranieri era così vivo e generalizzato, ma non c’erano neanche due persone d’accordo su come farla finita col dominio straniero. Prosegue poi sostenendo che: “Francesco Domenico Guerrazzi, naturalmente, non può essere posto accanto a nomi universali che con la loro genialità portano avanti l’umanità e cambiano l’indirizzo dei secoli; ma in lui si vede l’unione di tutte le qualità brillanti necessarie in questi tempi pesanti perché il talento non venga deviato dalla via giusta e non perda il senso e il significato che viene dato dall’aspirazione generale”. Mečnikov stabilisce quindi i paletti per delineare il suo personaggio e la sua funzione, e tuttavia soggiunge “egli seppe mettersi al pari degli uomini più avanzati del suo tempo”. Dopo aver fatto queste premesse Mečnikov passa a descrivere la formazione umana del pensatore e dello scrittore Guerrazzi. Lev Mečnikov riferisce con una certa dovizia di particolari il rapporto conflittuale fra il giovane Guerrazzi e il maestro Spontorno che lo porterà a vivere fuori dalla famiglia assai giovane. Il padre però non lo abbandona, gli invia libri e questo permette al giovane Guerrazzi di leggeere Voltaire, Goethe e Byron. A quattordici anni era già in grado di sostenere l’esame per accedere all’Università di Pisa. Mečnikov sostiene che in Toscana molti studenti seguono i corsi universitari lavorando come garzoni, portieri o ciabattini. Questa è una indicazione di comportamento che sarà seguita da molti giovani studenti russi. Basti in proposito leggere il Che fare di Cernyševskij per rendersene conto. Guerrazzi rimase fortemente influenzato dall’Egmont e Götz von Berlihingen di Goethe e dalle opere di Byron, opere che ispirarono l’Assedio di Firenze. Successivamente Lev Mečnikov mette in risalto l’importanza del Caffè per gli studenti pisani, ma questa frequentazione di lì a poco gli procurò l’invito a presentarsi al prefetto dell’Università e successivamente un incontro con il ministro Puccini che terminò in maniera tragicomica. Nell’anno di frequenza all’Università di Pisa F.D. Guerrazzi strinse una forte amicizia con Carlo Bini, quest’ultimo gli fece conoscere il Tristram Shandy di Sterne. Naturalmente i rapporti fra Guerrazzi e Bini in questo saggio sono appena impostati nel senso che il critico russo non vede e non poteva neanche immaginare i contrasti fra i due livornesi dato lo stato della documentazione che aveva a disposizione, come ad esempio le memorie di Giuliano Ricci che documenta i contrasti fra Bini e Guerrazzi (10). A loro volta i livornesi stringono legami con A. Vaccà e Francesco Pacchiani. Guerrazzi, com’è noto, frequenta la facoltà di legge, che terminò nel 1828, mentre Carlo Bini segue i corsi di medicina.Proprio sul finire degli anni Venti F.D. Guerrazzi viene a conoscere un giornale “Indicatore Genovese” diretto da Giuseppe Mazzini che presto gli scrisse una lettera amichevole. I rapporti di amicizia fra Guerrazzi e Mazzini non cessarono più malgrado si siano trovati spesso a polemizzare. Indipendentemente da questo F. D. Guerrazzi e Carlo Bini iniziarono a tenere corsi aperti al pubblico sulla storia italiana, un esempio che fu seguito anche dai populisti e liberali russi. Comunque, questa attività finì per suscitare l’interessata attenzione della polizia granducale. In particolare alle calcagna di Guerrazzi si mise o fu messo il commissario Meisner. Nella ricostruzione della vita di Francesco Domenico Guerrazzi operata da Mečnikov ebbe una certa influenza la tragica sorte di suo cugino Pietro, orfano dei genitori, ma educato dal padre di Francesco Domenico, ma ancor più ne ebbero gli avvenimenti livornesi e soprattutto della società segreta Accademia Labronica che finì (?) per entrare in rapporti con la Giovane Italia di Giuseppe Mazzini. Infatti, ad un certo punto a Guerrazzi fu chiesto di scrivere la biografia del generale Cosimo del Fante che si era distinto nelle guerre napoleoniche contro l’Austria. A questo punto il commissario di polizia Meisner gli contestò una serie di accuse in conseguenza delle quali il giovane avvocato Guerrazzi fu mandato in esilio a Montepulciano in Val di Chiana. Vi giunse in condizioni di spirito pessime anche per la morte del cugino Pietro, ma lo aiutarono le lettere di Carlo Bini, di suo padre e di altri a risollevarsi. In questo il parroco locale Don Erasmo fece la sua parte. Dopo un certo tempo F. D. Guerrazzi ricevette la possibilità di lasciare Montepulciano e allora prima si recò a Livorno e poi andò a vivere a Firenze. Qui fece gli incontri decisivi della sua vita. Francesco Domenico Guerrazzi a Firenze conobbe molta gente, ma i più notevoli – osserva giustamente Lev Mečnikov – furono quelli con “Giusti e Leopardi” (p. 186). Va detto che a questo proposito Guerrazzi rivela  (forse su fonti orali) che questi due poeti avrebbero partecipato ad una congiura con Pietro Colletta e l’avvocato Salvagnoli che si estendeva a Roma e Bologna. Di questa partecipazione non se ne era mai sentito parlare. Ma sul piano artistico sono assai interessanti i giudizi di Lev Mečnikov, sulla poetica di Giusti e Leopardi prima di tutto perché li giudica “troppo fedeli a teorie utopiste”.  Il Giusti viene definito il Beranger toscano, il Leopardi il Barbier italiano. E poi prosegue: “Giusti scriveva in dialetto popolare fiorentino delle poesie che oggi conosce a memoria tutta la Toscana” e ancora “Giusti come in genere tutte le persone deboli di cuore e di animo buono, rispettava in Guerrazzi tutte le qualità che lui non aveva (…) non avevano stretto una amicizia intima, ma erano amici assai vicini”. Per quanto riguarda i rapporti fra Giusti e Leopardi, Mečnikov sostiene che essi “erano amici intimi” e poi prosegue a quel tempo si pensava che Leopardi “fosse il miglior poeta italiano di stile serio, mentre Giusti primeggiava  nel genere buffo. Fra i due non poteva esserci competizione, anche perché Giusti in genere non era tendente né all’invidia, né alla vendetta, né all’inimicizia. Egli e Leopardi erano Oreste e Pilade fiorentini, benché fossero assai diversi per carattere, sviluppo e aspetto esteriore. Giusti godeva della reputazione di bell’uomo, Leopardi era nato storpio, di piccola statura, con una testa enorme, zoppo e gobbo, gran parte della vita l’aveva passata a letto, il tempo restante camminava con difficoltà con l’aiuto delle stampelle. Sotto l’aspetto morale Leopardi era un vero titano rispetto al suo amico”. Lev Mečnikov conclude così questo inedito confronto: “Giusti fece, forse, più di lui,egli obbligava a ridere su coloro davanti ai quali si tremava; leggendo Leopardi, la gioventù italiana compiva gesti gloriosi nelle battaglie sanguinose…” (p. 187). Mečnikov si sofferma poi su una serie di episodi che dimostrano i metodi indegni della polizia granducale che assolda malfattori per seguirlo, non si perita ad accusarlo falsamente di azioni mai compiute oppure interpretate sotto una luce assolutamente inesistente e ridicola per poterlo finalmente condannare e punirlo con una reclusione a cinque anni a Porto Ferrajo dove utilizza la ex biblioteca di Napoleone che gli permette di approfondire enormemente le sue conoscenze.  Finalmente Lev Mečnikov parla dell’opera più diffusa e di maggior successo di Francesco Domenico Guerrazzi, L’assedio di Firenze. Il critico russo sottolinea riprendendo una frase di una lettera diretta a Giuseppe Mazzini cui aveva dedicato l’opera: “Ho scritto questo libro perché non avevo la possibilità di dare una battaglia campale ai nemici dell’Italia”. Questo romanzo storico è quindi nelle intenzioni del suo autore un episodio di lotta ideologica contro i nemici politici, la letteratura concepita come uno strumento politico e propagandistico! E’ esattamente quello che faranno gli scrittori e i poeti populisti nel corso di questi anni a partire da Nekrasov per terminare con Gleb Uspenskij passando per Nadson, Kuročkin e molti, molti altri. Infatti Lev Mečnikov subito dopo scrive: “E’ una protesta e inoltre la più energica, la più coraggiosa non solo contro la dominazione straniera ma contro tutto ciò che opprime e pesa sulla vita italiana” e poi prosegue in modo significativo: “Giudicare questo libro solo dalla parte letteraria, come un’opera d’arte, sarebbe assai infondato. L’arte non poteva vivere in Italia in questi ultimi tempi”.  “L’assedio di Firenze – prosegue l’Autore del saggio – è dall’inizio alla fine permeato da un entusiasmo selvaggio, da una certa ispirazione furiosa che incoraggiano ogni condottiero durante una battaglia risolutiva e disperata ma coi quali poco probabilmente qualcuno scrive o un romanzo o un poema”.Mečnikov prosegue poi così la sua analisi: “Nell’Autore di quest’opera c’è in primo piano non lo scrittore, ma il vendicatore per le gravi offese, per lo sviluppo mancato dell’Italia. Ogni riga è una sfida aperta alla lotta, parola di vergogna con cui l’autore sferza ugualmente gli austriaci, e gli italiani, tutti coloro che hanno trasformato l’Italia nel paese della morte, dei monumenti di un brillante passato che hanno un senso e un significato solo per i turisti stranieri e per i ciceroni (in italiano) locali…”. Mečnikov così conclude: “L’arte nelle mani di Guerrazzi è solo un’arma” (p. 195). Simili parole e concetti trovarono una vasta eco in Russia e anche tanti, tanti seguaci. Con questo crediamo di aver dimostrato il nostro assunto e cioè che gran parte delle idee e delle azioni del Populismo russo derivano dall’illustrazione dei fatti del Risorgimento italiano.



                                               

                                                       



                        Renato Risaliti






   

Note

01)  L.I. MEČNIKOV, Memorie di un garibaldino. La spedizione dei mille (a cura) di Renato Risaliti, Moncalieri, Cirvi, 2010; C. SARTORI, E la “pasionaria” della camorra abbracciò Garibaldi, “La Nazione”, 10 marzo 2007, pp. 34-35. C.O. GORI, Lo straordinario reportage del garibaldino russo-ucraino Lev Il’ič Mečnikov in “Camicia rossa” a XXVII, n. 1, pp. 16-17
02)  L.I. MEČNIKOV, Memorie cit., p. 311; Cfr. F. VENTURI, Il populismo russo, vol. I, Torino, Einaudi, 1972, p. 334.
03)  R. RISALITI, Saltykov Ščedrin, Pisa, Goliardica, 1968, p. 101 sgg. ID.ID., Nikolaj Nekrasov (tra tradizione e avanguardia), Pisa, Goliardica, 1969.
04)  Nekrasov in Istoria russkoj literatury, tom. VIII, čast’ II, M-L, Izd. Ak. Nauk SSSR, 1956, pp. 116 sgg.
05)  A.K. LIŠINA, Russkij garibaldiec Lev Il’ič Mečnikov Rossia i Italija M, 1968, p. 184-185.
06)  BAKUNIN, Stato e Anarchia e altri scritti, Milano, Feltrinelli, 1968.
07)  L. BRANDI, Lettere dalla Maremma toscana (in corso di stampa).
08)  N.M. SIKORSKIJ, Žurnal Sovremennik” i krest’janskaja reforma 1861, Moskva, Izd. AK. Nauk SSSR, 1967, pp. 185 sgg.; Cfr. F. VENTURI, L’immagine di Garibaldi in Russia all’epoca della liberazione dei servi “Rassegna storica toscana” 1960, n. 4, pp. 307-323; Cfr. C.F. MISIANO, La spedizione dei mille nel giudizio dei contemporanei in Russia La Sicilia e l’unità d’Italia. Atti del Congresso internazionale di Studi Storici, 1962, vol. 2, II, pp. 502-11
09)  N. DOBROLJUBOV, Conti, poeti, briganti, cronache italiane (introduzione, traduzione e note a cura di Cesare G. De Michelis), Milano, Giordano, 1966.
10)  N. BADALONI, Democratici e socialisti livornesi nell’ Ottocento, Roma, Ed. Riuniti, 1966, pp. 34 sgg.







Francesco Domenico Guerrazzi (nota biografica da sapere.it) scrittore e patriota italiano (Livorno 1804-Cecina 1873). Dopo un'intensa attività pubblicistica che gli procurò per due volte l'arresto della polizia granducale come personaggio sospettato di tendenze rivoluzionarie, esercitò un ruolo di primo piano durante i moti in Toscana del 1848-49. Eletto deputato e poi ministro degli Interni (27 ottobre 1848), dopo la fuga del granduca formò con Montanelli e G. Mazzoni un governo provvisorio (8 febbraio 1849) di cui divenne dittatore col titolo di capo del potere esecutivo (27 marzo 1849). Sorpreso dall'insurrezione del 12 aprile 1849, all'avvento della restaurazione fu arrestato e processato (1853) dopo quattro anni di carcere. Condannato all'esilio, si rifugiò in Corsica e a Genova. Eletto deputato per la sinistra estrema nel 1861, conservò il mandato sino al 1870. L'opera letteraria di Guerrazzi esprime al meglio la sua tempra battagliera e polemica. Nei suoi numerosi romanzi storici (La battaglia di Benevento, 1827;L'assedio di Firenze, 1836; La duchessa di San Giuliano, 1838, poi intitolato Veronica Cybo; Isabella Orsini, duchessa di Bracciano, 1844; Beatrice Cenci, 1853; La torre di Nonza, 1857; Pasquale Paoli, 1860; ecc.) riversò, attraverso la rievocazione dei fatti, che sono quelli minori della storia italiana, il suo acceso patriottismo permeandolo dell'enfasi byroniana e dei toni foschi del romanzo “nero” inglese. Su un piano umoristico, con spunti satirici, si collocano i racconti La serpicina (1847) e I nuovi Tartufi (1847), i romanzi L'asino (1857) e Il buco nel muro (1862). Completano la figura dell'uomo e dello scrittore le belle pagine delle Memorie (1848) e delle Lettere (raccolte da Carducci, 1882) e il romanzo Il secolo che muore (postumo, 1885).
http://www.sapere.it



Questo articolo è riproducibile, del tutto o in parte, avendo però cura di citare chiaramente l'autore e le fonti.





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