lunedì 18 marzo 2013

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Giuseppe Civinini, garibaldino pistoiese


Giuseppe Civinini, il garibaldino pistoiese che divenne direttore de “La Nazione” *

Il garibaldino e letterato Giuseppe Guerzoni così ricorda la battaglia di Bezzecca, unica vittoria italiana nella guerra del 1866 che, pur malcondotta, fruttò la liberazione del Veneto: “…la strada di Triarno è tempestata dai proiettili nemici, e Garibaldi è il più …cercato bersaglio ... suoi aiutanti Cairoli, Albanese, Damiani, Miceli, Cariolato, Civinini, gli fanno scudo dei loro corpi…”.
Allora Giuseppe Civinini aveva trentun anni, era da pochi mesi deputato pistoiese al Parlamento nazionale, e pur essendosi opposto ad una guerra che, come lui disse, “…dà intero il paese in mano a La Marmora ed ai suoi compari [che] daranno all'Italia una seconda Novara”, aveva sentito il dovere di arruolarsi, al contrario di molti altri bellicisti, non ultimo il Carducci, in quel tempo professore a Bologna, che in quei frangenti aveva scritto: “Guerra a' tedeschi, immensa eterna guerra”, ma che non si era sognato, né nel 1859, né allora, di partire.
Anche questo spiega l'uomo Giuseppe Civinini che ebbe vita breve, ma coraggiosa ed intensa che lo vide rivestire vari ruoli: cospiratore mazziniano, ufficiale garibaldino, massone, giornalista noto, abile e polemico, uomo di Sinistra e poi di Destra, politico e deputato appassionato e discusso.
Una personalità complessa, non esente da contraddizioni, che tuttavia, elevandosi dall'ambito pistoiese ad una dimensione nazionale, attraversa gli anni della formazione dello Stato unitario, se non da protagonista, non certo da anonima comparsa.
In tal senso riteniamo, senza far torto a figure come Atto Vannucci, o Gherardo Nerucci, o padre Angelico Marini, o ad altri degni di nota, che Giuseppe Civinini, con il poeta estemporaneo Bartolomeo Sestini (1792-1822), infaticabile organizzatore carbonaro in tutta la Penisola, con l’intellettuale e filantropo Niccolò Puccini (1799-1852), corrispondente di italiani illustri e organizzatore della nota “Festa delle spighe” e con il famoso poeta monsummanese Giuseppe Giusti (1809-1850), sia tra le poche figure di pistoiesi o del territorio pistoiese che abbiano raggiunto nel periodo risorgimentale una dimensione ed un rilievo apprezzabile a livello “nazionale”.
Giuseppe nasce l’11 aprile 1835 a Pisa, da genitori pistoiesi: Gioconda Marini e Filippo Civinini. La famiglia è colta e discretamente benestante: il padre Filippo era allora uno dei più illustri nomi del mondo scientifico italiano, testimonianza viva con Filippo Pacini (1812-1883) ed Atto Tigri (1813-1875) della straordinaria fioritura che in campo medico-scientifico si ebbe a Pistoia nell’arco del XIX secolo. Si era formato a Università di Pisa in anatomia, fisiologia e chirurgia, aveva poi svolto per tre anni l’incarico di medico chirurgo a Pistoia, tornato poi a Pisa aveva fondato il gabinetto fisio-patologico ed era divenuto docente di anatomia in quell’Università. Autore di celebri pubblicazioni mediche pur di rimanere in Toscana aveva rifiutato prestigiosi incarichi ad Atene e Parigi.
Filippo Civinini muore l’11 marzo 1844: la madre, con Giuseppe che ha appena nove anni e con la figlia minore Giulia (da adulta conosciuta in Pistoia, come poetessa e dirigente scolastica col cognome Civinini-Arrighi)  torna allora a Pistoia, luogo che Civinini, come notò Pietro Paolini, “...amò e predilesse e considerò sempre per ius sanguinis come la sua vera città”.
Pistoia è un piccolo capoluogo del Granducato di Toscana allora governato da Leopoldo II d’Asburgo Lorena, cugino primo dell’imperatore d’Austria Ferdinando I, popolarmente e bonariamente soprannominato Canapone per via dei biondissimi capelli, un sovrano che seguendo la politica del padre Ferdinando III, (che a Restaurazione trionfante non aveva effettuato diffuse epurazioni o clamorose e sanguinose vendette verso coloro che avevano collaborato col governo francese) compatibilente con obblighi politico-dinastici, aveva dimostrato di voler rendere il suo Stato quanto più possibile indipendente dalla potente “casa madre” viennese, e a differenza degli altri sovrani peninsulari, sovente zelanti esecutori dei diktat repressivi imperiali, si era distinto per una politica abbastanza tollerante. In sostanza nel Granducato, anche sotto Leopoldo II, si vorrà continuare a dimostrare a Vienna un soddisfacente zelo inquisitorio anche se, per intelligente scelta politica, non si vorranno creare martiri: spesso in cambio della delazione si prometterà ai patrioti arrestati riduzione di pena o libertà.
L’intellettuale e politico fiorentino-monsummanese Ferdinando Martini, gettando lo sguardo sul variegato panorama degli stati italiani del tempo (da vari punti di vista generalmente sconfortante) e considerando le importanti riforme politiche-amministrative-economiche-sociali, (promosse sì dai Lorena, ma sollecitate ed attuate da un ceto dirigente toscano intelligente e colto) valutata la tolleranza dei sovrani, sopravvalutata l’importanza economica della mezzadria, descriverà ottimisticamente la Toscana di quegli anni come la “terra di Bengodi”, ma sul piano economico-sociale, se prescindiamo dalle condizioni dal ristretto mondo dei ceti abbienti, o quantomeno benestanti, e scendiamo ad osservare lo stato effettivo delle masse popolari vediamo che, anche a Pistoia, come nel resto del Granducato, solo pochi hanno i mezzi per vivere in modo decente, molti sono i nullafacenti, moltissimi gli analfabeti, precarie le condizioni generali della sanità, diffusi i reati di vario tipo, ma non frequenti i delitti. E’ vero che in molti altri Stati italiani, salvo poche eccezioni, si sta, da questo punto di vista, forse peggio, ma questo è un altro discorso.
L’economia prevalente del territorio pistoiese è quella agricola, ma è una agricoltura poco sviluppata, con poche grandi proprietà: i possidenti nobili e altoborghesi abitano in città, e investono poco in migliorie affidando i loro terreni a mezzadri che vivono soprattutto di monoculture (grano, granturco, fagioli) e che sono quasi sempre in crisi per eventi quali siccità o alluvioni.
Vi è anche una modesta industria serica, mentre, nel centro cittadino esistono piccole imprese artigiane, soprattutto chiodifici con in media 10 addetti. Molti altri lavorano in città come domestici (giardinieri, camerieri, cuochi ecc.) nelle case dei 360 possidenti terrieri che vivono di rendita, ci sono poi i commercianti e i piccoli artigiani delle botteghe (osti, barbieri, merciai, ecc.) , molti sono i membri del clero e gli impiegati (di basso livello) nelle amministrazioni civili e militari, non tantissimi i professionisti (medici, professori, avvocati, ingegneri).
Sul piano politico-culturale emerge, fin dal tempo delle riforme ricciane del 1786 e poi della presenza francese, una costante dicotomia, fra città, disposta ad aprirsi al “nuovo”, e campagna, tendenzialmente “conservatrice”, aspetto del resto rilevabile in un singolare assetto amministrativo creato dal Granduca nel 1774 e durato fino al 1877: da una parte un comune “cittadino” delimitato dalle mura, dall’altra le “cortine”: quattro comuni (P.ta al Borgo, P.ta Lucchese, P.ta S. Marco e P.ta Carratica) i cui confini iniziavano dai sobborghi e finivano nel contado o nella montagna.
In una Pistoia, storicamente definita “faziosa”, spiccheranno anche nel corso del Risorgimento, profonde divisioni politiche: i filogranducali, soprattutto notabili e patriziato, più o meno “illuminati” a seconda dei momenti; i cattolici, preti compresi, non pochi inizialmente, sull’onda delle riforme introdotte da Pio IX nel 1947-48, favorevoli all’ipotesi patriottica neo-guelfa (federazione di stati italiani sotto la guida del papa), poi in gran parte riassorbiti dalla destra “clericale” antiunitaria; i liberali moderati, generalmente di ceto medio-alto; ed infine i democratici, per lo più intellettuali delle professioni ed artigiani, vivace e consistente componente “di sinistra” (radical-massoni, mazziniani, garibaldini, ecc.) del periodo risorgimentale pistoiese.
In questo ambiente il giovane Civinini si dimostra indubbiamente precoce: un rapporto riassuntivo sulla sua personalità stilato dalla Sottoprefetturadi Pistoia nel 1863, quindi ad Unità avvenuta, ci dice che Giuseppe “…mostrò fin da giovinetto svegliatissimo ingegno pronto e vivace” apprese ben presto in Prato “i primi erudimenti dell’istruzione letteraria e religiosa”, poi come esterno passò a studiare al Seminario di Pistoia che, con il liceo Forteguerri di Piazza della Sapienza, era una delle maggiori e prestigiose scuole della Toscana.
Arriva il 1847 ed in Toscana, nell'ambito del processo riformatore suscitato in Italia dall'elezione di Papa Pio IX, il Granduca Leopoldo II il 6 maggio concede la libertà di stampa che, pur mantenendo una censura preventiva, permette la pubblicazione di giornali politici, e il 4 settembre viene creata la Guardia Civica. Nello stesso periodo il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno di Sardegna firmano i Preliminari della Lega doganale, da tutti i patrioti salutata come premessa di future maggiori integrazioni.
Preparati dai fermenti del 1847, scoppiano in Europa i moti del 1848: tremano gli autocrati, artefici e fautori della Reazione e della Santa Alleanza, si solleva la stessa Vienna chiedendo riforme democratiche. La paura che la situazione trascenda e che non solo la borghesia, ma anche i ceti popolari entrino in scena, propugnando mutamenti, non soltanto di tipo politico-giuridico-patriottico, ma di carattere economico-sociale è forte e tangibile, non a caso il 21 febbraio 1848 appare nelle librerie di Londra Il Manifesto del Partito Comunista scritto da Karl Marx e Friedrich Engels che così inizia: Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.” 
In Italia i sovrani, “restaurati” dal Congresso di Vienna del 1815 di fronte ai fermenti borghesi e popolari, o fuggono come i duchi emiliani di Parma e Modena, o scelgono il male minore e sono costretti a concedere statuti e costituzioni.
Mentre Milano e Venezia si ribellano con le armi al dominio asburgico, Carlo Alberto sovrano del Regno di Sardegna, a cui molti patrioti moderati italiani guardano con speranza come allo “stato guida” sulla via dell’Unità, dichiara guerra all’Austria e dal Piemonte muove verso Milano insorta e liberata dal moto popolare delle “Cinque Giornate”, definite proprio da Engels “la più gloriosa” fra le rivoluzioni del 1848.
Civinini ha 13 anni ed è troppo giovane per unirsi ai 171 patrioti pistoiesi che con i volontari “civici”, o con gli universitari toscani di Pisa e di Siena, o con i soldati del generale Cesare De Laugier, inviati obtorto collo da Leopoldo II a combattere sui campi lombardi contro l’Austria, si distingueranno il 29 maggio 1848 nell’ impari quanto gloriosa battaglia di Curtatone Montanara che consentirà l’effimera vittoria piemontese di Goito del giorno successivo. Tuttavia pur rimanendo a Pistoia il ragazzo, politicamente precoce, si “dimostra caldissimo per i politici avvenimenti e a infondere nei coetanei la scintilla di libertà”.
Nel Granducato il sovrano Leopoldo II, timoroso per gli sviluppi ultra-democratici del processo riformatore toscano, dopo aver cercato in vari modi di rimanere sul trono con l’appoggio del Regno Sardo, il 30 gennaio 1849 abbandona Firenze per rifugiarsi prima a Siena e poi, seguendo l’esempio di Pio IX, nella fortezza napoletana di Gaeta, sotto la protezione del Re delle Due Sicilie.
Ai primi di febbraio, mentre a Roma viene proclamata la Repubblica Romana, a Firenze si crea un governo provvisorio repubblicano guidato da un triumvirato formato da noti patrioti e dirigenti democratici: lo scrittore livornese Francesco Domenico Guerrazzi, il fucecchiese Giuseppe Montanelli, anch’egli scrittore, e l’avvocato pratese Giuseppe Mazzoni.
In quel periodo denso di importanti avvenimenti Civinini, precoce quanto fervente mazziniano, a quattordici anni aderisce alla “Giovine Italia”, particolarmente attiva a Pistoia già dalla seconda metà del 1831, cioè da quattro anni prima che Giuseppe nascesse, per l’attività di personaggi quali Francesco Franchini, Baldastricca Tolomei, Giuseppe Betti, ecc.
L’esperienza repubblicana toscana durò fino ad aprile quando, dopo la fine dell’Armistizio di Salasco, la ripresa delle ostilità piemontesi contro l’Austria e la definitiva disfatta di Carlo Alberto a Novara, i dirigenti moderati fiorentini (Capponi, Ricasoli, Serristori, Torrigiani, Capoquadri, ecc.) rovesciarono, con un “golpe” dell’esercito e della guardia nazionale, il governo Guerrazzi e per evitare un'invasione austriaca, richiamarono il granduca, confidando che avrebbe mantenuto le riforme. Speranza vana: il comandante del corpo di spedizione austriaco in Toscana, tenente-feldmaresciallo d'Aspre, cala da Parma con 18.000 uomini, vince la fiera resistenza dei democratici livornesi bombardando, fucilando patrioti e poi saccheggiando la città, infine occupa Firenze. Alcuni mesi più tardi Leopoldo II in divisa da generale austriaco e scortato da truppe asburgiche, torna in Toscana sbarcando a Viareggio: tutto ciò segna la fine della spontanea simpatia che i toscani avevano fino ad allora riservato al “mite” sovrano “Canapone”.
In Toscana è quindi, di nuovo, col sostegno delle armi austriache, Restaurazione granducale. A Pistoia cadono uccisi dagli occupanti imperiali i giovani martiri Attilio Frosini, Sergio Sacconi e Torello Biagioni ed insieme a tanti altri patrioti anche l’appena quattordicenne Civinini diventa un “serio pericolo” per l’ “ordine costituito” e viene attivamente ricercato per “lesa maestà” dalla polizia granducale: aiutato dai suoi compagni di fede politica riesce ad eludere gli zelanti sbirri toscani ed ad imbarcarsi per l’ Inghilterra rifugiandosi a Liverpool sotto il falso nome di John Smith.
Dal 1850 al 1857 per Civinini seguiranno, come vedremo, sette anni di intensa attività cospirativa che lo vedranno alternarsi fra Toscana e Piemonte, ospite frequente sia delle carceri granducali che di quelle del Regno Sardo.
Con passaporto falso rientra infatti in Italia, e si stabilisce a Genova, città tradizionalmente “rivoluzionaria” e grande porto del Regno di Sardegna, dove è protetto dall’esule mazziniano pistoiese Francesco Franchini (già combattente a Curtatone e ministro dell'istruzione del Governo Guerrazzi), ma viene in seguito arrestato dalla polizia sabauda, guardinga ma sostanzialmente tollerante verso i patrioti moderati quanto particolarmente attiva contro i repubblicani: il governo granducale ottiene dal governo piemontese l’estradizione di Civinini in Toscana. Il giovanissimo mazziniano rimane in carcere per tre mesi e mezzo, ma “non parla”, tenendo fieramente testa a inquirenti del “Buon Governo” (Ministero dell’Interno) granducale: dopo un processo, non emergendo prove a suo carico, sarà rilasciato, ma posto in libertà vigilata.
Sceglie allora di abitare a Firenze dove conosce i fratelli Bianchi della famosa tipografia Bianchi-Barbèra, è però sospettato di appartenere alla rete del mazziniano pratese Piero Cironi e, di nuovo ricercato dalla polizia granducale, è aiutato a nascondersi dalla marchesa Lucrezia Firidolfi-Ricasoli moglie del barone Bettino Ricasoli, il politico liberal-moderato che avrà un ruolo fondamentale nel processo di unificazione della Toscana al Regno Sabaudo, divenendo il primo premier non piemontese dopo la morte di Cavour.
Giuseppe infatti vive nascosto ed isolato per circa un anno in una soffitta del centro fiorentino poi riesce e a riparare in Piemonte dove insegna come maestro elementare a Cuneo ed a Mondovì ed inizia l’attività giornalistica collaborando a "L' Italia del popolo" di Genova ed a" La Sentinella delle Alpi" di Cuneo.
Nel 1857 rientra clandestinamente in Toscana e con il fidato collaboratore di Mazzini, Maurizio Quadrio, prepara e dirige l’ insurrezione di Livorno del 30 giugno che si svolge in contemporanea con il moto di Genova e con la spedizione di Carlo Pisacane nel Sud: esemplari imprese mazziniane, tanto generose, quanto mal organizzate e quindi, fatalmente, destinate al fallimento.
Tuttavia la fortuna arride ancora una volta a Civinini che riesce a riparare nel Regno di Sardegna stabilendosi nella capitale sabauda.
A Torino intesse due amicizie che da questo momento avranno un ruolo fondamentale nelle sue successive scelte politiche e di vita: quella con il repubblicano lucchese Antonio Mordini, che nel 1860 sarà prodittatore di Garibaldi in Sicilia ed artifice del plebiscito che unirà l'isola all'Italia, e quella col livornese, amico di Mazzini, Adriano Lemmi, che successivamente sarà definito “il banchiere della rivoluzione italiana”, e poi nel 1885 verrà eletto gran maestro della Massoneria.
Segue quest'ultimo per due anni, prima in Svizzera e poi in Turchia a Costantinopoli, come istitutore dei suoi figli Emilio e Attilio.
Intanto nel 1859, anno della guerra austro-franco-piemontese, in Toscana una pacifica sollevazione popolare caccia il 27 aprile il granduca Leopoldo II ed il Plebiscito del marzo 1860 sancirà l'annessione, fortemente voluta e “pilotata” da Bettino Ricasoli, dell’ex-Granducato al Regno Sabaudo: con analoghi quasi contemporanei plebisciti aderiranno all’annessione i ducati di Parma e di Modena e le Legazioni pontificie dell'Emilia e della Romagna.
Nel 1860 Civinini, superata ormai l'intransigenza repubblicana di Mazzini, inizia la sua fase “garibaldina”, più possibilista circa le alleanze politiche ed il ruolo dei Savoia nel processo di unificazione: alla notizia della Spedizione dei Mille, lascia il Bosforo e raggiunge a Palermo il Generale che gli affida incarichi nell'intendenza dell'Esercito meridionale dove si distinguerà per competenza e correttezza.
A testimonianza significativa di quel periodo resta una sua lettera autografa, conservata alla Biblioteca Forteguerriana di Pistoia, inviata alla sorella Giulia alla vigilia dello sbarco in Calabria. In essa Giuseppe manifesta il timore per uno scontro a fuoco che potrebbe essergli fatale , ma scherzando su una suo foto che lo ritrae a Palermo in divisa di ufficale garibaldino, afferma: “Se mai morissi ti farà un po’ ridere la mia ridicola figura travestita all’Eroica. Se no rideremo insieme, quando, dopo entrati a Napoli, io chiederò un congedo di un mese, che passerò con voi e cogli amici”.
Mentre Garibaldi entra in Napoli ed il Meridione è via via liberato, Cavour ottiene il preoccupato consenso di Napoleone III, “tutore” sia del potere temporale del Papa che dell'indipendenza nord-italiana, affinché le truppe piemontesi invadano i territori pontifici dell’Umbria e delle Marche per dirigersi incontro ai volontari garibaldini e così scongiurare la, peraltro abbastanza incerta, possibilità di un Sud repubblicano: si va così di fatto a compiere quell'Unità peninsulare Nord-Sud che certo non era fra le principali aspirazioni nè dell' Imperatore francese né dei moderati sabaudi. Sul Volturno i volontari garibaldini sconfiggono in una grande battaglia campale ingenti ed agguerrite forze borboniche impedendo la revanche di Francesco II. Con lo storico incontro, tradizionalmente collocato a Teano, Garibaldi cede a Vittorio Emanuele II, i territori conquistati e così si conclude la Campagna meridionale. 
Dopo il discusso scioglimento dell’esercito dei volontari del Generale (solo pochi politicamente “fidati” verranno ammessi dopo un dura selezione nell'esercito sabaudo) i garibaldini rientrano nelle loro città: Civinini torna a Pistoia  nei primi giorni di dicembre e come tutti gli altri 250 reduci concittadini, considerati potenziali oppositori del Re e del governo Cavour, è attentamente sorvegliato dalla polizia. Una commissione prefettizia di vigilanza capeggiata da Gustavo Bianchi si occupa di Giuseppe per certe sue “tirate” antigovernative profferite nel bel mezzo del mercato della Sala in divisa di capitano garibaldino, ma la successiva inchiesta giudiziaria proscioglie Civinini da ogni addebito.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II è proclamato re d’Italia e da questo periodo Civinini diviene un sempre più stretto collaboratore di Garibaldi, tantochè è accanto al Generale nel 1862 durante l’ennesima sfortunata impresa di liberare Roma, partita dalla Sicilia al grido di “O Roma o morte!” e conclusasi in Calabria nello scontro fratricida del 29 agosto sull’Aspromonte fra volontari garibaldini ed esercito regio, scontro che si arrestò solo quando tutti si accorsero che il Generale era stato ferito.
Così Civinini aveva scritto dalla Sicilia alla sorella Giulia: “…Che che ne dicano i bugiardi telegrammi dello svergognatissimo governo [Rattazzi] gli affari nostri vanno a meraviglia. Il nostro piccolo esercito si accresce ogni giorno; dovunque le popolazioni ci accogono con tale entusiasmo che pare una frenesia…ad ogni costo vogliamo compere il nostro giuramento "O Roma, o Morte"; e credo che potreno avere Roma, se no, sapremo morire col nostro generale, ed il sangue noostrosarà la condanna della casa di Savoia”.
Civinini condivide col Generale la prigionia nel carcere di Varignano vicino a La Spezia e, dopo esser stato amnistiato, l'esilio a Caprera. Come abbiamo visto sarà di nuovo accanto a lui a Bezzecca, nella malcondotta guerra del 1866 che, tutto sommato, portò alla liberazione del Veneto.
E' ormai una “firma” nota del giornalismo politico, infatti dopo le collobarazioni con "L' Italia del popolo" e "La Sentinella delle Alpi", nel 1861 a Torino diviene redattore e poi direttore della voce del “partito garibaldino” "Il Diritto", di proprietà dell'amico Lemmi e si affilia alla Loggia massonica “Dante Alighieri”, dove, tra gli altri, trova come confratelli Agostino Depretis, che dal 1876 al 1887 sarà, salvo brevi periodi, Presidente del Consiglio per la Sinistra, il repubblicano Aurelio Saffi, già triumviro con Mazzini e Armellini della Repubblica Romana del 1849, l’amico Mordini e tanti altri protagonisti del Risorgimento.
Dopo Aspromonte Civinini intensifica la sua svolta possibilista avvicinandosi alle posizioni legalitarie di quella parte dei democratici (Francesco Crispi, Angelo Bargoni, Antonio Mordini, Giuseppe Lazzaro, ecc.) che di lì a poco verranno sconfessati da Garibaldi ed afferma: “…la guerra che noi vogliamo ora, in Parlamento e fuori non può vincersi a schioppettate e finirà soltanto quel giorno in cui il Re d'Italia salirà sul Campidoglio”.
Insieme al Crispi si oppone, entrando in attrito con l'amico Mordini, alla Convenzione italo-francese del Settembre 1864 ed al trasferimento della capitale a Firenze che a molti patrioti appariva come la rinuncia definitiva a Roma capitale. Tuttavia finisce per accettare il fatto compiuto e così torna in Toscana spostando la sede del giornale "Il Diritto" a Firenze.
Conosciuto ormai in tutto il Paese, candidato per la Sinistra in più collegi per l'IX Legislatura, Civinini, appena trentenne, viene eletto nel ballottaggio delle elezioni suppletive del collegio di Pistoia 2 con 337 voti contro i 317 del liberale Giovanni Camici, appoggiato da "La Nazione", giornale della “Consorteria” dei moderati di Bettino Ricasoli e Marco Minghetti.
Le cifre confermano come il suffragio e la politica parlamentare fossero allora appannaggio di pochi istruiti ed abbienti, tuttavia Civinini, al contrario del suo avversario, presenta un programma elettorale e viene appoggiato anche da un manifesto di non aventi diritto al voto. Comunque, paradossalmente, l'outsider Civinini, candidato democratico-progressista, dovette il suo successo elettorale al decisivo convergere sul suo nome dei voti, da lui non richiesti, della destra clericale dei cosiddetti “paolotti”, che consideravano il potente liberal-moderato Camici, anch’egli come Civinini massone, il loro vero e più pericoloso avversario.
“Egli – scrisse di Giuseppe, Vittorio Capponi  – grato a tanta prova di fiducia e affetto fermò proposito di adoperarsi quel meglio che saprebbe, in pro del proprio paese; né vi mancò. Che se non tutti i suoi concittadini ed amici furono paghi del suo operato, ciò avvenne solo per diversità di opinioni; ma niuno ebbe mai a tacciarlo d’indolenza o di slealtà”.
Nel 1866 Civinini, come abbiamo visto all'inizio, ha un sussulto di intransigenza opponendosi fieramente alla guerra contro l’Austria perché gestita dal governo di Destra e rimproverando i suoi compagni di sacrificare la Libertà all'Unità, così rompe clamorosamente col Crispi, relatore in quei frangenti di un disegno di legge per la tutela della sicurezza interna dello Stato.
E' costretto così a lasciare la direzione de "Il Diritto" e fonda "Il Nuovo diritto" in un clima di generale rimescolamento politico che favorisce intese fra Destra liberale e Sinistra moderata e che prelude al “trasformismo” degli anni successivi.
Tutto ciò, ed anche la sua naturale insofferenza verso le discipline di schieramento politico, come la vecchia amicizia col Ricasoli, spiega forse la sua clamorosa svolta politica del 1867: si candida, sempre a Pistoia, con la Destra ricasoliana e viene riletto al Parlamento.
Significativo il fatto che il 14 luglio di quell'anno, durante la famosa visita di Garibaldi a Pistoia, quando il Generale, oltre a curarsi l’artrite ai fanghi di Monsummano stava preparando una spedizione nella Stato Pontificio, lui che era stato suo fedelissimo segretario, risultasse assente in città, come fu da tutti notato nell' affollatissimo meeting serale all’Arena Matteini dove, durante intervalli di una rappresentazione teatrale, il Generale, con accanto l'avv. Gargini con la consorte Marietta, il Franchini e padre Gavazzi, potè ascoltare l'attore Lollio declamare alcuni versi composti in suo onore dalla sorella di Giuseppe, la signora Giulia Civinini Arrighi.
Ovviamente in quel 1867 Civinini non sarà, come era stato fino all’anno precedente,  accanto al generale Garibaldi anche negli altri cruciali appuntamenti di quell’anno: né 24 settembre, quando il Generale avrebbe di nuovo, suo malgrado, fatto sosta a Pistoia, nell'allora importante stazione ferroviaria, tradotto prigioniero ad Alessandria dopo esser stato “scaricato” dal governo ed arrestato a Sinalunga nei pressi del confine pontificio, né quando in quel frangente i garibaldini ed i democratici pistoiesi tenteranno inutilmente di liberare il Generale dando poi vita a tumulti protrattisi in città fino al giorno 26 e nemmeno un mese dopo, il 20 ottobre, quando altri 66 pistoiesi saranno di nuovo accanto a Garibaldi nella sfortunata impresa che si concluderà il 3 novembre a Mentana sotto il fuoco degli Chassepot francesi.
Nell'agosto 1868, a Firenze quel Parlamento, in cui era stato eletto per la seconda volta Civinini, approvò, su proposta del ministro Cambray-Digny, la concessione per quindici anni della privativa del monopolio della coltivazione e della manifattura del tabacco ad una “regìa cointeressata” costituita da una società anonima di capitalisti privati italiani ed esteri, lo Stato ottenne in cambio una anticipazione di 180 milioni di lire-oro. Votarono a favore la Destra governativa e la Sinistra “possibilista” del “Terzo partito” di Mordini, si opposero il gruppo del Rattazzi, la “Permanente” (Destra piemontese), il Lanza e il Sella, la Sinistra del Crispi e la Sinistra radicale di Bertani.
Mentre era in via di conclusione la cruenta repressione delle variamente motivate rivolte antistatali che dal 1861 avevano interessato non poche zone delle campagne meridionali (storicamente sintetizzate nella definizione di “brigantaggio postunitario”) e nel Paese stava per entrare in vigore la famigerata “tassa sul macinato” che avrebbe reso oppressiva la pressione fiscale dello Stato sulle masse popolari, la concessione della regìa rafforzò i legami fra entourage governativo e capitalismo bancario.
Da parte degli oppositori della concessione si manifestarono fondati sospetti che l'approvazione parlamentare fosse stata favorita da finanziamenti illeciti da parte di noti banchieri interessati nell'affare ad un folto numero, circa una sessantina, di deputati.
Civinini, il cui voto era stato fra quelli determinanti per l'approvazione del monopolio privato, violentemente accusato dall’ex-amico Crispi, sia in Parlamento, sia sulle colonne del “Gazzettino rosa” di Milano, giornale del radicale Felice Cavallotti, per forti interessi personali nell'operazione, è trascinato con altri nel primo vero grosso scandalo politico dell'Italia post-unitaria.
Gli accusatori non riescono a produrre prove e Civinini esce assolto dall'inchiesta parlamentare e vincitore dai successivi strascichi giudiziari, ma fra qualche storico rimarrà per lungo tempo il sospetto che tramite un suo protetto, Salvatore Tringali, avesse ottenuto delle partecipazioni nella regìa, anche se a convenzione approvata. Tuttavia è vero anche che la morte troverà poi il giornalista pistoiese in condizioni economiche tutt’altro che floride al punto che nel 1871 gli amici per poterlo seppellire con la medaglia di deputato dovranno prima riscattarla dal Monte di Pietà!
Intanto il 4 settembre 1870 Napoleone III, lo strenuo difensore del potere temporale pontificio, cade in seguito alla sconfitta nella guerra franco-prussiana, a Parigi si instaura la Comune e il 20 settembre le truppe italiane occupano Roma.
Civinini nel frattempo, dal ottobre 1869, era divenuto direttore de "La Nazione". Il pistoiese diede al giornale, un'impronta di accentuata serietà pubblicando racconti tratti dal "Monthly Chronicle" e dal "New York Magazine" e novelle di Dickens, romanzi grandi giornalisti come Ferdinando Martini (Peccato e penitenza") e e Giuseppe Bandi (Pietro Carnesecchi), di Mario Pratesi (Le viole di Marianna), ed altri.
Nelle pagine del quotidiano fiorentino apparvero rubriche letterarie, bibliografiche, musicali, artistiche che negli ambienti culturali si guadagnarono duratura e meritata fama. Con lo pseudonimo di Forsitan firmò gli articoli apparsi nella rubrica Le conversazioni del giovedì, poi raccolti dalla sorella Giulia Civinini-Arrighi e stampati postumi col titolo Le conversazioni del giovedì e altri scritti politici e letterari in Pistoia dalla tipografia Niccolai nel 1885.
Il giornalismo non lo distolse mai dalla sua attività parlamentare, anzi ne fu stimolante supporto, attività che in tutte le legislature alle quali partecipò sempre fu intensa. Fra i suoi interventi alla Camera gli storici sottolineano quelli riguardanti il progetto di legge per le “disposizioni eccezionali in materia di sicurezza interna” (8 maggio 1866), il “trattato di commercio e navigazione e convenzione postale con l'Austria” (l febbraio 1867), la “questione romana” (10 dicembre 1867), la “legge per il riordinamento delle amministrazioni dello Stato e la istituzione di uffici finanziari” (11 dicembre 1868), la legge per togliere l'esenzione dei chierici dalla leva, ecc.
Civinini, nel gennaio del 1871, si schierò contro la “legge delle Guarentigie” volta a regolare, dopo la fine dello Stato Pontificio, i rapporti tra Stato e Chiesa e assicurare al Pontefice il libero esercizio del potere spirituale. Civinini temeva che con tale legge (peraltro poi respinta da Pio IX che rivendicava il diritto della Chiesa di mantenere il potere temporale) approvata dalla Camera e dal Senato a stragrande maggioranza e, malgrado l'assenza di rapporti diplomatici tra le parti, rimasta in vigore fino al Concordato del 1929, il Vaticano avrebbe continuato ad influire in modo sensibile nelle scelte politiche della società italiana.
Nei suoi ultimi interventi sulla politica estera Civinini, manifestando posizioni ostili nei confronti della Francia di Napoleone III, fino al 1870 supremo “controllore” degli sviluppi dell’Indipendenza italiana, sostenne, non senza contrasti interni al quotidiano, quella politica estera filogermanica che anni dopo verrà attuata proprio dal suo “nemico” Crispi. Significativo, ad esempio, un suo saggio apparso sulla "Nuova Antologia" dove, tra l'altro, affermava: “…occorre tenere per quanto più si può bassa la Francia ... avere amiche le potenze ... anti-papali ... fondarci sopra una solida base conservativa ed ... anche liberale. Le nostre diffidenze verso la Germania ... ci esporranno veramente a quei pericoli di cui tanto temiamo ... fra i clericali di Versailles e i comunisti di Parigi”.
Erano le ultime battute della sue vicenda umana e politica, da circa un anno rieletto al Parlamento, e proprio “.. quando pareva doversi schiudere per lui – nota il Capponi – una luminosa e lieta carriera, quasi ricompensa di travagli per lunghi anni con eroico coraggio sofferti”  moriva nella sua casa di Firenze il 19 dicembre 1871 a soli 36 anni per un tumore, probabilmente alimentato dallo stress e dai dispiaceri dell' affaire della regìa tabacchi e dal dolore per la morte della figlia Gioconda, avvenuta pochi mesi prima della sua.
Lasciava vedova la moglie, la francese Antonietta Klein con un figlio, Filippo, e forte il rimpianto in tutti gli amici e in coloro che ne lo conobbero e ne apprezzarono le qualità per quello che ancora avrebbe potuto fare per il Paese che aveva contribuito a costruire. 
                                                                                                         
                                                                 




                                Carlo O.Gori


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Bibliografia essenziale su Giuseppe Civinini

V. Capponi, Biografia pistoiese, Pistoia, Tip. Rossetti, 1878.
V. Cecconi, Giuseppe Civinini di Pistoja. Patriota, deputato giornalista, Pistoia, Brigata del Leoncino, dicembre 2000
A. Chiti, A proposito del primo deputato di Pistoia, in: "Bullettino storico pistoiese", vol. 42, n. 4 (1940).
F. Civinini, Nel cinquantenario della morte di Giuseppe Garibaldi : sacri documenti inediti, in: "Bullettino storico pistoiese", a. 34, n. 2 (1932).
F. Civinini, Una lettera politica inedita di Francesco De Santis, in "Bullettino storico pistoiese", a. 33, n. 2 (1931).
G. Civinini, Le conversazioni del giovedì e altri scritti politici e letterari di Giuseppe Civinini con proemio di Ruggero Bonghi, Pistoia, Tipografia Niccolai, 1885.
G. Civinini, Un esule italiano a Costantinopoli nel 1859, tre lettere di Giuseppe Civinini ; [a cura di Filippo Civinini], Pistoia, Off. Tip. Coop.va, 1912.
G. Civinini Arrighi, La prima giovinezza di Giuseppe Civinini : memorie, Firenze, Ufficio della Rassegna nazionale, 1906.
T. Dolfi, Giuseppe Civinini direttore de La Nazione e la guerra franco-prussiana, (16 ottobre 1869-19 dicembre 1871), in: "Argomenti storici", n.s., n. 4 (1996).
Fondo Civinini. Biblioteca comunale Forteguerriana, Pistoia.
Francesco Crispi e Giuseppe Civinini, in: "Bullettino storico pistoiese", a. 31, n. 1 (1929).
A. Gori, Giuseppe Civinini nella crisi democrazia risorgimentale. Tesi di laurea. Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Magistero, 1972-1973.
A. Gori, Note inerenti una lettera politica di F. De Sanctis a G. Civinini e due missive del Civinini a De Sanctis, in: "Rassegna storica toscana", n. 2 (1989).
C. O. Gori, Un garibaldino che divenne direttore de La Nazione: la storia del deputato pistoiese Giuseppe Civinini, in: "Microstoria", a. 2, n. 10 (apr. 2000).
C. O. Gori, Profilo di un garibaldino pistoiese: Giuseppe Civinini, in "Camicia rossa", n. 2 (mag.-lug. 2002).
F. La Porta, Giuseppe Civinini e la vita politica pistoiese nei primi anni dell'Unità d'Italia, Tesi di laurea. Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Magistero, 1998-1999.
L. R. Levi Sandri, Il giallo della regìa: con una nota di Leonardo Sciascia, Roma, Armando Editore, 1983.
A. Linacher, Discorso commemorativo di Giuseppe Civinini pronunciato nel salone del palazzo comunale di Pistoia,  Pistoia, Tip. Niccolai, 1904.
P. Paolini-C. Gabrielli Rosi, Due lettere di A. Mordini a G. Civinini, in: "La Provincia di Lucca", (1961).
P. Paolini-L. Ubaldi, Profili di patrioti pistoiesi, Pistoia, 1960.
G. Petracchi, Mito e realtà di Garibaldi in una città di provincia, Pistoia 1859-1904, in Garibaldi a Pistoia: mito, fortuna, realtà. Catalogo della Mostra, Pistoia, Edizioni del Comune di Pistoia, 1982.
Raccolta A. Chiappelli, Biblioteca comunale Forteguerriana, Pistoia.


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Pubblico, a seguito degli articoli degli altri soci, questo mio intervento tenuto a Pistoia il 22 marzo 2011 all'Istituto Professionale di Stato per l' Agricoltura e l'Ambiente "Barone Carlo De Franceschi" in occasione della Giornata di Studio Personaggi pistoiesi del Risorgimento e successivamente pubblicato nello stesso anno e con lo stesso tit. in una monografia comprendente gli atti di quel convegno. Il personaggio in oggetto è Giuseppe Civinini su quale ho scritto molto e tenuto nel corso di questi ultimi anni vari Convegni.
Non inserisco miei dati bio-bibliografici per chi ne volesse saper di più mi permetto di rimandare qui sotto ai link dei miei blog:

http://goriblogstoria.blogspot.it/

http://goriblogstoria360.blogspot.it/

http://historiablogoriarchiviosplinder-cog.blogspot.it/
                                                                                                                               COG










Maria Lorello piace questo elemento.

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