martedì 30 aprile 2013

Luigi Angeli. "L'Illustration" e la Campagna d'Italia del 1859. 1/3.



“L’Illustration”  e la Campagna d’Italia del 1859

“L’Illustration”, sottotitolo: “journal universel”, con sede a  Parigi, 60, Rue Richelieu,  è nel 1859  una rivista settimanale illustrata, di grande formato, modellata sull’”Illustrated London News”, fondata a Parigi nel 1843 dai giornalisti Jean –Baptiste-Alexandre Paulin, Edouard Charton, Jacques-Julien Dubochet, dal geografo Adolphe Joanne e dall’editore Jean –Jacques Dubochet. Il suo primo numero appare il 4 marzo 1843. Nella seconda metà del XIX secolo, L’Illustration si è avvalsa dei migliori disegnatori del momento, Henri  Valentin, Edouard Renard, Gavarni, Cham, Janet  Lange, G. Durand, Cham ed altri. “L’Illustration” è lo specchio di tutti grandi avvenimenti e della vita quotidiana della Francia e del mondo, attraverso scritti e immagini eccezionali. Nei supplementi annessi ai fascicoli della rivista erano pubblicati romanzi e drammi di successo dei teatri di Parigi. Tra le pubblicazioni del genere fu una delle prime del mondo, assai diffusa e imitata. Durò fino alle seconda guerra mondiale; nel 1945 assunse il titolo di “France-Illustration”; nel 1949 si fuse con “Le monde illustré”. La pubblicazione è stata definitivamente sospesa nel 1955. “L’Illustration” del 1859 è composta di 16 pagine. Ognuna si compone di tre colonne della stessa larghezza. Ogni pagina conta circa 11.000 caratteri. Le immagini utilizzate nel giornale tendono ad alleggerire il peso del testo scritto e costituiscono il mezzo essenziale per migliorare l’intreccio della pagina. Il titolo ha per sfondo le Pont des Artes di Parigi. Sotto al titolo c’è le Sommaire e uno specchietto di informazioni generali che riguardano il numero dell’esemplare, il volume, la data di pubblicazione, il prezzo dell’abbonamento e l’indirizzo dell’editore. Il giornale esce una volta la settimana, il sabato. Le rubriche che lo compongono sono generalmente le seguenti: Histoire de la semaine, Courrier de Paris, La guerre in Italie, Correspondance d’Italie, Chronique littéraire, un Feuilleton, la Bibliographie, Salon de 1859, Publications  nouvelles, Variété scientifiques, la Publicité, le Rebus. Il rapporto tra la superficie scritta del giornale e la superficie occupata dalle immagini è a favore delle seconde. 
Ma andiamo alla situazione del 1959 nel contesto del lungo processo del Risorgimento italiano. Nella seconda metà dell’Ottocento l’Italia conquista la propria unità nazionale. Ricordiamo che due erano le posizioni dominanti fra gli intellettuali italiani, quella liberale moderata e quella democratica. I moderati ritenevano che il processo di unificazione dovesse essere guidato dall’alto, da un sovrano, evitando momenti insurrezionali; pensavano all’Italia come a una monarchia costituzionale e parlamentare. I democratici, invece, attraverso il loro maggiore esponente, Giuseppe Mazzini, pensavano che l’Italia dovesse “essere fatta” dal popolo attraverso un’insurrezione; progettavano di costruire una repubblica, basata sulla sovranità popolare. Il biennio 1848-49 aveva rappresentato la sconfitta di tutte le ipotesi di indipendenza e di unificazione formulate sino ad allora, dai moderati come dai democratici, ma nel decennio successivo,1849-1860 maturarono le condizioni interne e internazionali per la soluzione del problema italiano. Nel clima pesante di restaurazione antiliberale diffuso in Europa, unico punto di riferimento nazionale per l’Italia resta il Piemonte.  Per merito di Cavour, nel decennio già accennato, lo Stato sabaudo assume un ruolo direttivo primario politico-economico rispetto agli altri Stati italiani. L’attività diplomatica piemontese (guerra di Crimea,1854-56, Congresso di Parigi, 25 febbraio 1856, l’incontro di Plombières, 20 -21 luglio 1858) appare la sola capace di affrontare il problema dell’indipendenza italiana nel contesto di interessi e trattative con le grandi potenze. Cavour fa propri gli ideali dei liberali moderati e, diffidando dei moti popolari, cerca l’appoggio della Francia di Napoleone III con un’abile strategia diplomatica i cui obiettivi si possono sintetizzare nel motto “Italia e Vittorio Emanuele”. L’imperatore francese è convinto di trarre prestigio dall’alleanza con il Regno di Sardegna e dalla sconfitta dell’Austria, ma la seconda guerra di Indipendenza si rivela sanguinosa e deludente per il sovrano transalpino, indispettito dalle rivolte delle regioni emiliane e toscane e dai successivi plebisciti per l’annessione al Piemonte (marzo 1860). Il Partito d’Azione di Mazzini e Garibaldi non riesce ad ottenere vasti consensi popolari ed anche il suo più grande successo, la spedizione dei Mille, finisce per favorire proprio la causa della monarchia  costituzionale sabauda. Garibaldi mette nelle mani di Vittorio Emanuele II l’ex Regno delle Due Sicilie strappato ai Borboni ed i plebisciti ne confermano l’annessione insieme a Marche ed Umbria. Il 17 marzo 1861 a Torino il nuovo parlamento italiano proclama l’Unità d’Italia, anche se mancano ancora Lazio e Veneto perché il processo unitario risorgimentale sia concluso. Mentre la questione romana non si risolve con i falliti tentativi garibaldini del 1862 e del 1867, l’annessione del Veneto risulta ben più agevole in quanto il Regno d’Italia lo riceve dall’Austria, tramite i buoni uffici di Napoleone III, all’indomani della terza guerra d’Indipendenza (1866 pace di Vienna). La terza guerra  d’Indipendenza fa parte in realtà di un più vasto conflitto tra Austria e Prussia per il predominio sull’Europa continentale, nel quale l’esercito italiano, che tanto è costato all’esausto erario piemontese, non dà buona per terra (sconfitta di Custoza) né per mare (sconfitta di Lissa).  Per fortuna, però, l’alleato prussiano è invincibile e costringe l’Austria alla resa. L’irritazione popolare causata dalle umilianti sconfitte si accentua con il fallimento del secondo tentativo garibaldino di risolvere la questione romana: nel 1867 è ancora Napoleone III a soccorrere il Papa, Pio IX per compiacere al proprio elettorato cattolico. Nel 1870, però, l’imperatore francese viene privato del trono dai prussiani (resa francese di Sedan), ormai arbitri della situazione europea e questo fa sì che non ci siano più ostacoli all’annessione di Roma al Regno d’Italia (breccia di Porta Pia: 20 settembre). 
 La guerra del 1859. All’inizio dell’anno le voci di guerra sono confermate dalle esplicite dichiarazioni di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II, che sottoscrivono un’alleanza militare contro l’Austria, secondo gli accordi di Plombières nel 1858. Nonostante i tentativi delle diplomazie europee per scongiurare una soluzione militare della crisi, il 23 aprile l’Austria invia un ultimatum al Piemonte affinché smobiliti immediatamente l’esercito. E’ per il Regno di Sardegna l’occasione lungamente attesa per dare inizio alla seconda guerra d’indipendenza. Respinto l’ultimatum, il 26 aprile, con una rapida campagna militare le forze alleate francesi e piemontesi sconfiggono l’esercito austriaco e liberano la Lombardia. Battuti dalle truppe franco-piemontesia Montebello (20 maggio), a Palestro (30-31 maggio) e a Magenta (4 giugno), gli austriaci furono costretti ad abbandonare Milano. Garibaldi, con i Cacciatori delle Alpi, liberava Varese (26 maggio), Como (27 maggio), Bergamo e Brescia. Gli austriaci, in grande difficoltà, ripiegarono verso le fortezze del Quadrilatero attestandosi a sud del lago di Garda, sulle alture di San Martino e Solferino. Qui il 24 giugno subirono una nuova decisiva sconfitta. Gravi furono le perdite su ambedue i fronti, soprattutto francese. Allo scoppio delle ostilità, e soprattutto dopo la vittoria di Magenta, 4 giugno, la rivoluzione, a lungo preparata dalla Società nazionale italiana, esplode in Toscana, a Parma, a Modena, dove sono cacciati i principi regnanti, e più tardi nella Romagna, nelle Marche e nell’Umbria. In tutti i territori liberati la corona è offerta a Vittorio Emanuele II. Ma l’11 luglio, mentre la vittoria militare è conclamata su tutto il teatro di guerra, Napoleone III, preoccupato per la possibilità di un intervento militare della Prussia e soprattutto per gli imprevisti esiti rivoluzionari nell’Italia centrale, incontra a Villafranca (VR) l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe fra la generale costernazione degli italiani. I due sovrani concludono, all’insaputa dei piemontesi, un armistizio che prevede: la cessione della Lombardia alla Francia (che a sua volta la cederà al Piemonte in cambio di Nizza e la Savoia), l’Austria conservava il Veneto, le fortezze di Mantova e Peschiera, la creazione di una confederazione italiana con a capo il pontefice e il ristabilimento dei legittimi sovrani negli Stati dell’Italia centrale. Cavour, che vede svanire i risultati della sua paziente strategia diplomatica, lascia indignato il governo; lo sostituisce un nuovo ministero La Marmora-Rattazzi. La successiva conferenza di pace di Zurigo, siglata fra il 10 e l’11 novembre, sancisce nella sostanza gli accordi di Villafranca. Intanto Parma, Modena, Bologna e Firenze esprimono la loro volontà di annessione al Piemonte, ponendo Vittorio Emanuele in una difficile posizione di fronte all’antico alleato e alle diplomazie europee. L’annessione è rimandata, ma il governo piemontese invia negli Stati d’Italia centrale governatori straordinari con il compito di tenere i collegamenti con Torino. Il Regno delle Due  Sicilie, per il momento, riesce a mantenersi neutrale, ma negli ambienti democratici si moltiplicano i progetti per esportare nel sud la rivoluzione e completare l’unificazione italiana. 
Il teatro di guerra del 1859. Queste le forze degli eserciti che si preparavano allo scontro: quelle francesi comprendevano 130.000 uomini, 9.000 cavalli e 350 pezzi di artiglieria. L’esercito francese era diviso in cinque corpi, 1°agli ordini del generale Baraguey d’Hilliers, il 2° dal generale Mac Mahon, il 3° dal maresciallo Canrobert, il 4° dal generale Niel, il 5° dal principe Gerolamo Napoleone, oltre la guardia imperiale comandata dal generale Regnault de Saint-Jean-d’Angély. Comandante supremo Napoleone III, che aveva come capo di Stato Maggiore il maresciallo Vaillant. L’esercito sardo era forte di circa 70.000 uomini, con 4.000 cavalli e 90 pezzi di artiglieria, suddiviso in sei divisioni: la 1° comandata dal generale Angelo Bongiovanni (successivamente passò al gen. Giovanni Durando), la 2° dal gen. Manfredo Fanti, la 3° dal gen. Giovanni Durando (poi dal Mollard), la 4° dal gen. Enrico Ciadini, la 5° dal gen. Domenico Cucchiari e la 6°, di cavalleria, prima dal gen. Calisto Bertone di Sambuy, poi dal gen. Gerbaix de Sonnaz. L’artiglieria era affidata al gen. Pastore, il genio al colonnello Menabrea. Comandante supremo dell’esercito sardo il re Vittorio Emanuele II; capo di Stato Maggiore il gen. Enrico Morozo della Rocca; ministro della guerra al campo il gen. Alfonso Ferrero della Marmora. Circa 4.000 volontari, denominati Cacciatori delle Alpi, formarono un corpo a sé, il cui comando venne affidato a Giuseppe Garibaldi, nominato generale dell’esercito sardo. Nelle file dei volontari si trovavano molti combattenti del 1848 e del 1849, soprattutto difensori di Roma e Venezia. Più forte dei due eserciti alleati era decisamente quello ‘austriaco, formato da 220.000 con 824 pezzi d’artiglieria e circa 20.000 cavalli. Era diviso in sei corpi d’armata agli ordini del conte Filippo Stadion, dal barone Zobel, dal generale Benedek, dal principe Edmond Schwarzenberg, dal principe di Liechtenstein, dal Schoofgottoshe, cui poi si aggiunse quello di Clam Gallos. Il comando effettivo dell’esercito austriaco in Italia toccò al maresciallo Gyulai. Congiungiamo tra loro, su una carta geografica dell’Italia settentrionale, le quattro città di Alessandria, Varese, Peschiera e Mantova: ne uscirà una figura quadrangolare dell’area di circa di diecimila chilometri quadrati, che consentirà di individuare con sufficiente esattezza il terreno della guerra combattuta tra le truppe franco-sarde e le austriache dal 26 aprile all’8 luglio 1859.  
“L’Illustration” e la guerra del 1859. L’appoggio della Francia al Regno Sabaudo, durante la seconda guerra di indipendenza, suscita grande interesse nell’opinione pubblica transalpina. La redazione del settimanale "L’Illustration" vede l’opportunità di fare un grosso investimento finanziario per conquistare sempre più larghe fasce di lettori ansiosi di partecipare a questo grande avvenimento politico, militare e mediatico. Si profila dunque uno dei primi reportages sullo sfondo dei principi di libertà, di autonomia, tanto agognati dagli intellettuali italiani moderati e soprattutto da Cavour. Accanto a pittori, disegnatori e incisori, quali i Durand, i Beaucé, i Tetar van Elven, i Gaildrau, i Férat, i Giacomelli, i Marc, i Lange, i Provost, i Pontremoli, i Worms, i Rouargue, si dedicarono alla cronaca illustrata caricaturisti celebri come Cham, Gavarni, Stop, Bertall. A questa schiera di artisti dobbiamo aggiungere grandi fotografi prestati al disegno, come Clifford, Chambay e Lecorgne, Crette, Disdéri, Duroni, Irvoy, Le Gray, Mayer e Pierson, Capitano Pellé, Richebourg, Tournachon (Jeune). Vengono inviati, a seguito dell’Armata di Francia, noti corrispondenti di guerra, quali De La Varenne, Ferré, Paulin J.B. e Paulin Victor, Joubert, Rosier, Forey, Texier, Avriard, Quesnoy. A questi si aggiungono altri artisti e scrittori, meno noti, ma veri professionisti nel loro campo. L’elenco sarebbe notevole. Ovviamente questo grande staff, messo in piedi dalla redazione del giornale, punta soprattutto alla rappresentazione iconografica della guerra: dal disegno all’incisione, avvalendosi, in qualche caso, della esordiente fotografia Non si può considerare una vero reportage, un’inchiesta fotografica nel vero senso della parola, ma ha tutti crismi per diventarlo. I corrispondenti agiscono sul terreno operativo, seguendo gli spostamenti delle truppe, per quanto viene loro concesso dalla censura militare, e inviano i loro dispacci, le loro lettres alla redazione del giornale, che ovviamente li pubblica non in tempo reale, pur avvalendosi del telegrafo e delle ferrovie. In effetti le inchieste affidate dai grandi giornali ai corrispondenti, agli inviati, erano condannate ad avere un pubblico ristretto, perché la stampa di riviste illustrate con fotografia, erano troppo costose e continuava ad essere un’eccezione, mentre l’inserimento della foto vera e propria nel giornale fu ritardato dalla tradizionale preferenza per disegni e incisioni. Per capire il taglio sia delle corrispondenze, sia che delle gravures dell’Illustration, basta rileggere la pubblicità che serpeggia in molti numeri del settimanale: “ Gli editori dell’Illustration annunciano, per i primi giorni del mese di novembre del 1859, la messa in vendita di un’opera che riguarda la “guerre d’Italie”. La campagna d’Italia, così gloriosa per la Francia, merita che il suo ricordo venga conservato per gli eroici sforzi dell’armata che, sotto la guida dell’Imperatore, ha fatto rivivere la gloria militare del primo impero. […] Molte di queste incisioni sono tratte dall’album del Sig.Valentin Jumel, capo di stato maggiore, e sono di proprietà dell’Imperatore”. Le parole più ricorrenti nelle corrispondenze dall’Italia sono eroismo e gloria, come in questa reiterante pubblicità. La guerra rappresentata dai disegnatori, dagli incisori del settimanale francese è priva di spessore realistico, atemporale.  Come dice Massimo Dini, giornalista de "Il Sole 24 ore", "Panorama" e "L’Europeo", inviato corrispondente nelle aree più degradate del mondo: “I governi, i grandi potentati politici ed economici hanno tradizionalmente cercato di fornire al “popolo” una rappresentazione addolcita o eroica della guerra. I media (partendo dagli anni Cinquanta dell’Ottocento, quando il giornale negli Usa cominciava a diventare alla portata di tutti o quasi) si sono spesso adeguati ricorrendo a formule scritte e visive che, almeno quanto a meccanismi di fondo, non differiscono molto da quelle attuali. In sintesi, la guerra viene spettacolarizzata, ridotta a fiction, svuotata di realtà. All’epoca, nel 1859, per quanto riguarda la Francia, la guerra è raccontata iconograficamente come fosse un evento da palcoscenico, una perfomance operistica o teatrale. Il cosiddetto “teatro di guerra”, inteso come zona delle operazioni belliche, si trasforma in un teatro della guerra. Osservando le stampe de "L’Illustration", dove sembra di assistere a una messinscena con molti movimenti corali, rare scene di morte (caratterizzate da gesti enfatici, recitativi) e molti scenari idilliaci, illusionistici come lo sono le quinte teatrali, tornano alla mente capolavori come “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo”.  I re, i principi, i grandi generali (vedi tav.1) erano rappresentati a cavallo coperti di pennacchi, di fregi e nastrini, come grandi moschettieri. Gli uomini in battaglia dipinti come eroi che morivano con le armi in pugno levate verso l’alto, verso la dea gloria. La carica della cavalleria che travolge il nemico, l’aggressività feroce degli zuavi che annichiliscono gli austriaci, sono i soggetti preferiti dai disegnatori e dagli incisori. Le battaglie sono viste come “opportunità eroiche” inviate dal destino per premiare il coraggio delle truppe. Non c’è posto per la paura, per la vigliaccheria. Niente verità, ma solo una “semplice mediazione” della realtà, per rappresentarla come faceva comodo ai re e ai governi, perché la guerra apparisse alle masse un fatto necessario, ineluttabile, da vivere con onore e non come crudele massacro al servizio degli interessi di altri. Le corrispondenze dei vari inviati, Paulin, De la Varenne, Quesnoy, Ferré, sono pure descrizioni militaristiche, spostamenti di truppe, attacchi, fughe del nemico, vittorie inconfutabili, dove la morte è solo un esercizio aritmetico e il dolore non trapela mai. I morti sono dei manichini pronti per il disegnatore di Magenta (tav.3). La propaganda prende il sopravvento nella mitologia della bontà verso gli sconfitti, verso i feriti. Perfino la simpatia dei viennesi verso i prigionieri francesi e piemontesi, rinchiusi nella Franz-Josef Kasserm (tav.4). Un’aureola di sacralità copre la nuda verità dei massacri, dei corpo a corpo nelle case di Magenta, ma è all’opera la censura, la provvida censura che impedisce ai corrispondenti e ai disegnatori di essere sul posto per descrivere la realtà. 
Lo stato maggiore piemontese, in forza della legge del 25 aprile 1859: Art.1. E’ vietata d’or innanzi e durante la guerra la pubblicazione, per mezzo della stampa o di qualsivoglia artificio meccanico atto a riprodurre il pensiero, di notizie, relazioni o polemiche che in qualunque modo si riferiscono agli Eserciti o all’andamento della guerra, e che non siano ufficialmente comunicate o pubblicate dal Governo. Art.4. I contravventori agli articoli precedenti sono puniti col carcere da sei giorni ad un anno, e colla multa da lire 100 a 1000, oltre il sequestro degli scritti e stampati. Il comando francese pubblica invece, una notifica con la quale si vieta ai fotografi e ai cronisti di ritrarre i soldati sul campo di battaglia o nei ricoveri di fortuna, pena la confisca degli apparati e dei disegni, e la condanna ai lavori militari per tre mesi. L’armata francese porta con sé una stamperia ambulante (tav.4) per narrare, secondo i canoni della propaganda imperiale, che tutto è sotto controllo. I bravi borghesi possono attendere ai loro affari in santa pace. La guerra li farà ancora più ricchi e potenti. I comandi militari sono provvisti di uffici stampa e censura che curano i rapporti con la stampa, selezionano le foto da pubblicare, censurano le corrispondenze dei giornalisti nelle zone di guerra.  Ma i divieti non fermano la verità. Una verità amara sulla carneficina di Solferino dove giacciono, alla fine della battaglia, quarantamila morti e centomila feriti rimasti senza assistenza. In quella zona si trova Jean Henry Dunant, uomo d’affari ginevrino, che rimane atterrito dai drammatici esiti della ferocia dei combattimenti. Successivamente il suo impegno, profuso sul campo, nell’ambito dell’assistenza ai feriti, culminerà nella fondazione della Croce Rossa Internazionale. La sua testimonianza dolorosa, raccontata nel libro Un ricordo di Solferino, ci svela la nuda verità degli orrori della guerra. “A San Martino, un ufficiale dei bersaglieri, il capitano Pallavicini, è ferito; i suoi soldati lo raccolgono tra le loro braccia, lo trasportano e lo adagiano in una cappella dove riceve le prime cure. Ma gli Austriaci, momentaneamente ricacciati, ritornano alla carica e penetrano nella chiesa: i bersaglieri, troppo poco numerosi per resistere, son costretti ad abbandonare il loro comandante; di lì a poco alcuni Croati, dando piglio a grosse pietre che si trovano presso la porta, spaccano la testa al povero capitano. In mezzo a questi combattimenti, così diversi e senza quartiere, che dappertutto si rinnovano, si sentono imprecazioni uscire di bocca di uomini delle più diverse nazionalità, molti dei quali sono costretti ad essere omicidi a vent’anni (p.32) […]. Il sole del 25 (giugno, ndr) illuminò uno dei più orrendi spettacoli che si possano immaginare. Il campo di battaglia è coperto dappertutto di cadaveri e di carogne; le strade, i fossati, i dirupi, le macchie, i prati sono disseminati di corpi senza vita e gli accessi a Solferino ne sono letteralmente punteggiati. I campi sono devastati, il grano e il granoturco sono abbattuti, le siepi sconvolte, orti e giardini messi a sacco; di tratto in tratto s’incontrano pozze di sangue. I villaggi sono deserti e portano il segno dei guasti operati dalla fucileria, dai razzi incendiari, dalle bombe, dalle granate e dagli obici; le mura sono sconquassate e sbrecciate, le case sforacchiate, lesionate, piene di crepe; gli abitanti, che hanno trascorso circa venti ore nascosti al riparo nelle cantine, senza luce e senza viveri, cominciano a uscirne con un’espressione di stordimento che attesta il terrore lungamente sofferto (p.42) . […] Altri sono inquieti e agitati da un tremito convulso, in stato di collasso nervoso; altri ancora, con le piaghe aperte su cui ha già cominciato a svilupparsi l’infezione, sono come pazzi di dolore, chiedono di essere finiti e si contorcono, con il viso contratto, negli ultimi spasimi dell’agonia ( p.43). […] “Tra i morti, alcuni soldati hanno un aspetto sereno e sono quelli che, colpiti d’improvviso, sono rimasti uccisi sul colpo; ma moltissimi caduti sono rimasti contraffati dalle torture dell’agonia, con le membra irrigidite, il corpo chiazzato di macchie livide, le mani affondate nel terreno, gli occhi smisuratamente aperti, i baffi irti, una smorfia sinistra e convulsa che lascia vedere i loro denti serrati “(p.46). […] Sparsi a migliaia sui poggi, sui contrafforti, sulle sporgenze collinose, dispersi tra le macchie e i boschi o nella campagna e nella piana di Medole, vestiti di lacere casacche di tela, di cappotti grigi lordi di fango o di giubbe bianche tutte arrossate di sangue, i cadaveri degli Austriaci sono divorati da sciami di mosche e gli uccelli da preda si librano su quei corpi verdastri, nella speranza di cibarsene; li si ammucchia a centinaia in fosse comuni (p. 47) […] In parecchi punti il panico s’impadronisce delle truppe tedesche, e per alcuni reggimenti la ritirata si trasforma in rotta completa; invano gli ufficiali, che si sono battuti come leoni, cercano di trattenerli; le esortazioni, le ingiurie, i colpi di pistola, nulla li arresta: il loro spavento è troppo grande e, pur essendosi battuti con coraggio, preferiscono lasciarsi colpire e insultare piuttosto che rinunciare alla fuga ( p.37). Questi resoconti nei bollettini ufficiali degli stati maggiori degli eserciti belligeranti non ci sono. Ci sono le immagini rassicuranti dei feriti francesi che pescano sul lago di Como ( tav.7) che testimoniano, in modo mistificatorio, che la guerra può riservare anche momenti piacevoli a coloro che il destino ha voluto graziare. Questa è l’immagine tranquillizzante che Napoleone III vuole mandare ai francesi, ignari dei costi umani che la campagna d’Italia ha comportato. Solo un piccolo squarcio sulle atrocità che la guerra riversa sui civili è il massacro della famiglia Cignoli, avvenuto il 12 giugno a Torricella, presso Voghera, da parte delle truppe del feldmaresciallo Urban (v. L’IJU, n.852, 25 giugno 1859). “Quando inizia una guerra la prima vittima è la verità.” Non so chi l’ha detto, forse Eschilo o Iram Johson, ma non ne ho sentite di più vere. Montagne di falsità annegano l’opinione pubblica ogni qualvolta scoppia una guerra. Mistificazioni e ipocrisie prefabbricate dagli addetti alla comunicazione di massa e veicolate dai corrispondenti di guerra al servizio del potente di turno.  Gli inviati, i reporters fanno un lavoro difficile che non ammette mediazioni tra notizia e verità. Lippmann in un suo saggio (L’opinione pubblica, parte VII, I giornali, p.13), apparso in America nel 1922, ma tradotto in Italia solo nel 1963, analizza la separazione fra la verità e la notizia. “L’ipotesi più feconda è che la notizia e la verità non siano la stessa cosa, e debbano essere chiaramente distinte. La funzione della notizia è di segnalare un fatto, la funzione della verità è di portare alla luce i fatti nascosti, di metterli in relazione tra loro e di dare un quadro della realtà che consenta agli uomini di agire. Solo là dove le condizioni sociali assumono una forma riconoscibile e misurabile, il corpo della verità e il corpo della notizia coincidono”. Solo in questa prospettiva i corrispondenti possono cogliere il senso degli avvenimenti a cui assistono. E tuttavia, poiché i loro resoconti sono sempre avvincenti, finiscono per incidere solchi profondi nella memoria collettiva che le successive analisi storiche e sociologiche non sempre riescono a colmare eliminando il pregiudizio e le falsità....                                     








conclude con:

http://asperaprometeo.blogspot.it/2013/05/luigi-angeli-lillustration-e-la_25.html

                 

                                 Luigi Angeli


  














 


 Tratto dal libro:




Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente solo previo consenso dell'Autore.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.