sabato 27 luglio 2013

Renato Risaliti. Alle origini del conflitto culturale fra Russia e Polonia

Alle origini del conflitto culturale fra Russia e Polonia

Nel passato la slavistica ha spesso trascurato un aspetto del conflitto culturale che vede la Russia e la Polonia contrapposte su problemi di breve e di lungo periodo.
Nelle pagine che abbiamo tradotto dal russo di Jaochim Lelewel sulla storia dello stato russo di Karamzin si celano molti aspetti di questa sempre riaffiorante contrapposizione sia sull’origine degli slavi che cela un aspetto poco noto della storiografia romantica ripreso da Marx, l’aspetto nascostamente razzista oltre che quello conclamato classista che coinvolge il rapporto fra mondo lavico e germanico.
Ci sono in questa polemica idiosincrasie sia russe sia polacche.Non a caso i russi si sono ben guardati da ripubblicare i dieci articoli che Lelewel riuscì a pubblicare sulla rivista russa Severnyj archiv fra il 1822 e il 1824 aiutato da due polacchi russificati Bulgarin e Senkovski.
Ma anche gli studiosi polacchi si sono ben guardati dal ripubblicare i dieci articoli ma solo i primi quattro in cui Lelewel fa un raffronto fra le linee portanti della Storia del popolo polacco di Naruszewicz e la Storia dello stato russo di Karamzin. Per gli articoli successivi adducono il fatto della loro mancata pubblicazione in polacco, il fatto incontestabile che Bulgarin, giornalista al servizio delle autorità zariste, avrebbe alterato il senso stesso degli articoli di Lelewel, ma si sono ben guardati dal pubblicare il testo che a loro giudizio sarebbe originale.
Solo “Slavic Review” nel 1972 affrontò in parte la questione, ma senza apportare risultati soddisfacenti e conclusivi.
Oggi noi siamo in grado, sulla base delle carte Ciampi esistenti presso la biblioteca Forteguerriana di Pistoia, di portare nuova luce con la stampa anastatica di due documenti a firma di Lelewel conservati. Va tenuto presente che Ciampi aveva stretto una forte amicizia e collaborazione con lo storico e uomo politico polacco Lelewel come si evince dalle lettere da noi rinvenute alla biblioteca Jagiellonska di Cracovia e in corso di stampa.
E’ implicito che Lelewel e Karamzin siano portatori di queste due diverse culture. Quindi il problema sollevato dallo studioso polacco A. Walicki nel suo Una uotopia conservatrice. La storia degli slavofili di una contrapposizione fra il repubblicanesimo democratico di Lelewel e il principio autocratico di cui si fa portabandiera Karamzin è un contrasto che segna con un filo rosso tutta la polemica storiografica fra i due paesi e che prosegue tutt’ora.
La polemica di Lelewel sull’origine degli slavi non si capisce fino in fondo, anzi si corre il rischio di sopravalutarla o al contrario di sottovalutarla, se si astrae dal contesto storico culturale  in senso ampio in cui è nata. Non si può fare come ha fatto unA parte della storiografia polacca o russa, limitandola all’ambito slavo. La polemica sull’origine degli slavi intesa nel senso di quali fossero le caratteristiche economico sociali e istituzionali dei popoli slavi e, nel caso concreto dei polacchi e dei russi, non si può, anzi è meglio dire, non si deve astrarre dalle correnti storiografiche che nascono e si affermano a livello europeo nel campo della storiografia.
In questo campo specifico, quello storiografico, nasce e si afferma all’epoca della Restaurazione la corrente “romantica” con le opere di Thierry e/o di altri storici del pensiero della Restaurazione. (1)
La storiografia italiana dell’epoca ed anche quella successiva, a parer nostro, non ha ben focalizzato il problema perciò lo ha ignorato, oppure lo ha riferito, però in sostanza, travisandolo. In quest’ultima categoria sono da annoverarsi gli storici appartenenti alla storiografia marxista che ha ripetutamente parlato dell’influenza degli storici “borghesi” francesi dell’epoca della restaurazione sulla formazione del pensiero marxista della lotta di classe, concetto basilare del marxismo.
Questa corrente storiografica ha ripetutamente accennato all’importanza degli storici francesi (Thierry, Guisot, Michelet), però ha quantomeno minimizzato sulla scia di Marx la particolarità del concetto della “lotta di classe” presso questi storici concepita in Francia come una lotta fra i galloromani (contadini sottomessi) e feudatari, i conquistatori delle Gallie, di origine franco tedesca o in Inghilterra fra l’elemento celtogermanico o anglosassone (contadini sottomessi) e i conquistatori dominatori (franco normanni). In sostanza hanno ignorato l’angolatura razzista degli storici francesi della Restaurazione, angolatura che riacquista peso in seguito ai movimenti immigratori in atto nell’Europa odierna. E questo ci spinge a riesaminare il problema. Affronto questo problema storiografico perché ebbe una notevole incidenza sulla letteratura. Basti pensare a Ivanhoe di W. Scott e i suoi “continuatori” in senso lato in tutte le letterature europee: dai romanzi di Victor Hugo, ai Promessi sposi di A. Manzoni e Guerra e Pace di Tolstoj. [a conclusione torneremo sull’influenza specifica di questa problematica nella letteratura russa degli ani Venti del secolo decimonono].
L’impostazione degli storici francesi del periodo della restaurazione acquistò un particolare peso a livello europeo e soprattutto in Polonia e in Russia.
Già nel Settecento diversi storici tedeschi che vivevano in Russia, leggendo anzi studiando la più antica cronaca russa Povest’ o vremennych let (Racconto dei tempi passati) erano giunti alla conclusione che presso i russi lo stato era sorto in seguito alla chiamata dei varjagi (normanni), in altre parole, grazie all’elemento tedesco perché gli slavi per le loro caratteristiche non sarebbero stati in grado di creare uno stato con le loro forze (2). Questa seconda parte era una conclusione abbastanza razzista che fin dall’inizio suscitò le più vivaci reazioni dei russi a partire dal grande fisico e chimico M. Lomonosov (3).
La storia normannista aveva la sua forte base nella prima cronaca russa e questo non poteva essere negato. Ma fin dall’inizio furono fatte una serie di osservazioni e avanzati dubbi.
Questa polemica che corre per tutto il secondo Settecento riesplode nei primi decenni dell’Ottocento quando Karamzin il padre del romanticismo russo (che in Russia si chiamò sentimentalismo) sollecitato dagli ambienti di corte, se non dallo stesso zar Alessandro I, si mise a fare lo storico professionale e scrisse un vero monumento storico La storia dello stato russo, che ha dignità letteraria (e fu tradotta quasi subito anche in italiano) (4).
Ebbene N. Karamzin nella sua storia fece sua la teoria normannista cioè della chiamata dei principi normanni (Rjurik etc.) per superare le continue discordie esistenti fra le tribù slave.
Apriti cielo! [Riparleremo di questo aspetto]. Va tuttavia precisato che fra l’impostazione degli storici francesi e slavi (russi e polacchi) ci sono analogie, ma anche differenze. In primis, perché i normanni non sarebbero stati conquistatori ma sarebbero stati “chiamati”. Ma da chi in particolare? E poi i normanni in Russia sarebbero stati rapidamente assimilati forse perché il loro numero era assai piccolo rispetto agli slavi. In terzo luogo, questa polemica nasce a causa della chiamata da parte di Pietro I e dei suoi successori degli storici tedeschi che fornirono subito questa interpretazione della storia russa desunta dai documenti storici.
Si aprì una vivacissima discussione storico politico letteraria sia in Russia sia in Polonia perché dopo il 1815 la Polonia era entrata a far parte dell’impero russo.
Nikolaj M. Karamzin aveva affermato:
“L’autocrazia è il Palladio della Russia, la sua completezza è necessaria per la sua felicità (!)” (5). E’ evidente per chi conosce l’origine dei popoli slavi che la veče è l’antica assemblea dove si prendevano le decisioni, ma questo fatto, ovviamente generava dei conflitti. L’autocrazia cioè il potere assoluto di un principe serve per porre fine a questi conflitti. Ma il principe e la sua druzina erano di origine straniera! Vi è in questo un conflitto etnico sociale.
Vorrei osservare qui che non condivido la tesi di Giuseppe Ricuperati che la nazione sia morta. Anzi assistiamo in tutto il mondo al suo fiorire. Basti pensare che sotto i nostri occhi si è sfasciata l’idea di unità di nazioni arabe. Oggi ci sono oltre 10 nazioni arabe. Nei paesi di lingua portoghese non si può fare la riforma dell’alfabeto perché si formano subito sei o sette nazioni lusitane. Nella America Latina si assiste allo stesso fenomeno con lo spagnolo casigliano ormai fra Argentini e Messicani le differenze sono più che sensibili. Lo stesso fenomeno nei paesi di lingua inglese. Una nuova unità etnica di cui si favoleggiava in URSS si è frantumata ai primi dissensi politici. La formazione delle nazioni richiede secoli e non possono apparire o scomparire per semplici processi politici transeunti.
Alle tesi di Karamzin in Russia si opposero immediatamente i decabristi che invece esaltavano la veče come organo autoctono degli slavi, quindi organo popolare e democratico per eccellenza (6).
In sostanza si apre davanti a noi un conflitto che è conflitto etnicosociale, istituzionale, ma che non tarderà a trasferirsi anche in ambito letterario, ma in modo apparentemente assai confuso, una matassa che solo i formalisti russi hanno permesso di dipanare (7).
Un conflitto etnico sociale, ma assume anche una valenza istituzionale immediata, se collocata storicamente nell’epoca della Restaurazione, perché il principio a cui faceva riferimento Karamzin era di carattere monarchico, mentre i decabristi si rifacevano alla veče che era un organo nella sua essenza democratico e repubblicano. Questa polemica finì per andare oltre la Russia strettamente intesa, e finì per riflettersi nel dibattito all’interno della Polonia. I patrioti polacchi con alla testa Joachin Lelewel, il maggiore storico polacco e membro del futuro governo provvisorio che guidò l’insurrezione antizarista del 1830-31 sollecitato da Bulgarin, un polacco russificato, ma grosso giornalista, scrisse sulla stampa russa articoli a favore della vece e quindi dei principi repubblicani (8). Questi suoi scritti ebbero una favorevole accoglienza da parte di numerosi decabristi (9) Non solo! Vennero seguiti con attenzione da uno storico italiano Sebastiano Ciampi che in quegli anni insegnava all’Università di Varsavia dopo aver lasciato l’insegnamento all’Università di Pisa. Nelle sue carte si trovano i sunti in francese di questi articoli di Lelewel pubblicati sulla rivista russa “Severnyj archiv”. Secondo la grafia questi riassunti sono di Lelewel!
Dicevamo che i decabristi idealizzavano la Veče in primo luogo di Novgorod.
Secondo una certa tradizione non confortata da documenti storici attendibili nella vita delle Veče di Novgorod si sarebbe distinto Vadim, un personaggio leggendario. Già nell’epoca di Caterina II uno scrittore come Knjažnin aveva cantato le gesta di Vadim, cosa di cui l’Imperatrice si era preoccupata perché nello scritto vi vide un forte pathos repubblicano (10).
All’inizio degli anni Venti dell’Ottocento Vadim suscitò l’interesse di V.F. Raevskij che in seguitò chiamò un figlio suo Vadim (11). Lo stesso Puškin ha ricordato il personaggio Vadim nemico della tirannia (12).
Infine K.F. Ryleev, uno dei cinque martiri decabristi, noto poeta cittadino nei suoi Dumy (Pensieri) canta con emozione di Vadim definito “uno slavo libero nell’animo” (13).
Occorre nelle mie conclusioni sottolineare un’apparente contraddizione dei fatti letterari russi rispetto ala nostra storia letteraria e di alcuni altri paesi europei già messa in luce dai Archaisty i novatory Karamzin che sul piano letterario era un innovatore essendo il capo del preromanticismo russo, sul piano storico politico era un conservatore, un difensore dell’autocrazia; finisce negli anni Venti per schierarsi contro gli esponenti decabristi che come Ryleev o Kjuč Kelbeker erano classicisti, ma che sul piano politico erano innovatori e quindi sono a favore degli eroi romantici difensori della Veče cioè dell’istituzione democratica, popolare e repubblicana!

   
                                        


                                                  Renato Risaliti











NOTE
01.          B.G. REJZOV, Francuzskaja romantičeskaja istoriografija Leningrad, 1956; Cfr. V.M. DALIN, Istoria Francii XIX-XX vekov, M, nauka, 1981, pp. 7-41.
02.          B.D. GREKOV, Kievskaja Rus’, M, 1953; Cfr. B.A. RYBAKOV, Remeslo Drevnej Rusi, M. 1948; Cfr. A.M. SACHAROV, Normauskaja teorija, “S.I.E.”, M, 1967 col. 348.
03.          V.P. LISCOV, Lomonosov Michail Vasil’evič, “SIE”, vol. 8, Moskva, Sov. Enciklopedija, 1965, col. 768.
04.          KARAMZIN, Istoria dell’Impero di Russia, vol. I-IX, Venezia 1828-29
05.          Cfr. R. RISALITI, Storia della Russia dalle origini all’Ottocento, Milano, B. Mondadori, 2005, p. 188.
06.          S.S. VOLK, Istoričeskie vzgljady dekabristov, M-L, Izd. Ak. Nauk SSSR, 1958, p. 335.
07.          R. RISALITI, Storia della Russia, Milano, Bruno Mondatori, 2005, p. 236.
08.          A. WALICKI, Una utopia conservatrice. Storia degli slavofili, Torino, Einaudi, 1973, p. 55.
09.          S.S. VOLK, Op. cit., pp. 318-319.
10.          Vosstanie dekabristov, vol. II, M-L, 1926, p. 167; Cfr. R. RISALITI, Storia del teatro russo dalle origini a Ostrovskij, vol. I, FI, 1998, p. 37.
11.          Poety dekabristy, L, 1949, p. 224.
12.          A.S. PUSKIN, Polnoe sobranie sočinenij v 10 tomach, vol. V, p. 489.

13.          K. F. RYLEEV, Polnoe sobranie sočinenij, M-L, 1934, p.







venerdì 19 luglio 2013

Leandro Piantini. Risorgimento. Recensione al romanzo I traditori di Giancarlo De Cataldo

Leandro Piantini. Recensione al romanzo I traditori  di Giancarlo De Cataldo

Per i 150 anni dell’unità nazionale tra i tanti libri usciti spicca questo romanzo -fiume di Giancarlo De Cataldo che costituisce un evento importante. De Cataldo è anche l’autore, insieme al regista Mario Martone, della sceneggiatura del film Noi credevamo dedicato al Risorgimento.
Il romanzo racconta tutto o almeno una parte significativa di quell’epopea, avvalendosi di un’originale impostazione storica e di un perfetto taglio narrativo. L’autore ha diviso la narrazione in lunghi capitoli dedicati ciascuno ad una fase cruciale del periodo che va dai moti mazziniani del       1844 in Calabria, attraverso l’attività e i tentativi eversivi che vedono all’opera le varie formazioni patriottiche in lotta contro i regimi assolutisti, e si spinge attraverso quei convulsi decenni fino alla proclamazione dell’Unità, e agli ultimi tentativi garibaldini di conquistare Roma con le armi.
Il romanzo si avvale della fluidità e dell’eleganza della narrazione, nella quale si intrecciano descrizioni di ambienti (anche non italiani, per esempio la Londra dove Mazzini e altri patrioti sono in esilio ),i dialoghi tra i personaggi e soprattutto molte azioni, politiche e militari, descritte in modo vivace con una tecnica quasi teatrale e cinematografica. Tra i nodi narrativi meglio raccontati vorrei segnalare l’attentato contro Napoleone terzo compiuto a Parigi da Felice Orsini e dai suoi amici, che provocò un’orrenda strage senza peraltro raggiungere l’obbiettivo.
I traditori è dunque un racconto vibrante in cui sono rappresentati fatti, situazioni, conflitti politici e personali, e quindi balzano in primo piano ideologie e lotte politiche: i temi che hanno interessato per anni la ricerca storiografica sul Risorgimento ma che forse hanno lasciato pressoché indifferente in Italia il grande pubblico.
Magari proprio il libro di De Cataldo potrebbe far scoprire a chi conserva soltanto pallidi ricordi scolastici del Risorgimento, che esso fu un grande evento, nonostante le ambiguità, le doppiezze di alcuni suoi protagonisti e i nodi storici irrisolti (per esempio la questione meridionale) che ha lasciato in eredità. Insomma molti da un libro come questo potrebbero convincersi che il Risorgimento fu pur con i suoi difetti un periodo di grandi sogni e di passioni, da amare dunque e non da disprezzare, e sicuramente da conoscere meglio.
La narrazione di De Cataldo mette in scena numerosi attori: cospiratori, giovani rivoluzionari, idealisti e attentatori, gente del popolo e naturalmente i grandi protagonisti come Carlo Alberto, Mazzini, Garibaldi e Cavour. L’autore fa intrecciare le vite dei personaggi storici con quelle di personaggi di fantasia, e l’aver inserito episodi romanzati accanto a quelli veri a mio parere giova non poco al risultato artistico. Ci sono regnanti e comprimari, in azione nelle insurrezioni, nelle guerre d’indipendenza, nella difesa di Roma nel 1849; ed accanto ad essi troviamo le spie, i doppiogiochisti, i trafficanti, e perché no anche mafiosi e camorristi, in un caleidoscopio di azioni coraggiose ed eroiche mischiate con i sotterfugi, i calcoli di potere, le viltà ecc., in modo tale che tutti, aristocratici borghesi e popolani vengono a recitare una specie di happening nazionale che molto assomiglia a quello che sovente si è ripetuto nel nostro paese e che, mutatis mutandis, si ripete ancor oggi.
Al centro di tutto vi è soprattutto Giuseppe Mazzini, visto nei vari spostamenti cui lo costrinsero le esigenze rivoluzionarie e la caccia che gli davano i governi reazionari e le polizie di mezza Europa, mentre sul suo capo pendeva una condanna a morte.
Se Mazzini è il protagonista storico, quello “inventato” è il barone veneziano Lorenzo di Vallelaura, arrestato nel ’44 in Calabria e costretto a diventare spia degli Austriaci per aver salva la vita. E come spia Lorenzo fa da filo conduttore del racconto, sempre al centro degli eventi e delle macchinazioni, impeccabile nell’eseguire il suo compito di riuscire sempre a sapere tutto quello che Mazzini, il Maestro, ordisce ai danni dell’Austria, e capace sempre di non farsi smascherare, anche se qualcuno intuisce chi è, anzi sembra averlo capito Mazzini stesso ma non lo rivela a nessuno. In fondo quella spia così intelligente fa comodo a tutti. E Lorenzo benché sia una spia direi che si dimostra il più bravo di tutti. Fra tanti rivoluzionari incapaci e pasticcioni egli è professionalmente impeccabile. Ed è giusto perciò che finisca la sua carriera da eroe. Questo spione, che aveva cominciato come rivoluzionario, lo troviamo nel 1867 sulle barricate di Villa Glori a combattere nell’ultimo disperato tentativo dei garibaldini di conquistare Roma con le armi, senza aspettare l’aiuto delle diplomazie europee come avverrà con Porta Pia nel 1870. “Mani robuste lo afferrano, qualcuno gli massaggia le costole a calci, un ufficiale ordina di legarlo e metterlo insieme agli altri. A notte lo portano al carcere del San Michele. Ancora vivo”.
Giancarlo De Cataldo. I traditori, Torino, Einaudi, 2010, pp. 554, euro 21.


       
                            

                                Leandro Piantini



















lunedì 15 luglio 2013

C.O. Gori. Patria nostra, quando mai sarai veramente indipendente?

Patria nostra, quando mai sarai veramente indipendente?

Sono arrivati oggi in Italia i primi aerei F35, che ci sono stati imposti da trattati internazionali (leggi bene…dagli USA che li fabbricano.!).    
Miliardi buttati per guerre “esterne” (e non prendiamoci per il culo con le cosiddette "missioni di pace") che come “satelliti”, per conto d'altri, gli Usa, dobbiamo insieme ad altri europei condurre. Secondo la Costituzione italiana, dovremmo fare guerra solo per la difesa del territorio nazionale. 
E poi i soldi, e molti, buttati (a parte il principio-guerre, ma nello specifico tecnico, anche per dei "bidoni" sensibili ai fulmini - l'hanno detto, anche dove li hanno costruiti, negli Usa  - che ci hanno rifilato)....Logica degli F 35 accettata in Italia dai soliti guerrafondai ed “esclusivi” “patrioti” (???)  italiani, nella logica delle solite fogne di italico collaterale ed esclusivo arricchimento di pochi. 
Operazione quella degli F35 inutile e deleteria per il contribuente italiano...altro che la "nostra industria italiana che ci partecipa”... questi son tecnologici e miliardari "cascami" utili solo a chi ce li impone e poi a chi (quei pochi) servilmente e convenientemente "li piglia" e "li gestisce" "e ci guadagna" e che vengono imposti al popolo italiano ...a tutto il popolo italiano, come quasi dovesse ingoiare una sgradevole purga ... 
...che se le facciano "loro" (gli Usa), le "loro" guerre (e non ci vengano qui in Italia, i “nostri”, Napolitano in testa, a raccontare le solita trita ed irridente favola delle "missioni di pace") e con i loro mezzi, così magari ripensano anche un po', gestendosi queste situazioni nelle quali si sono messi, da soli, alle caz...te che fanno, e non da ora, in politica internazionale...
Una riflessione, il grande Giuseppe Mazzini, uno degli artefici delnostro Risorgimento, così delineò la nostra Patria: "Una, libera, indipendente, repubblicana"
Quindi: una riflessione per i governi italiani: "Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso." (I. Kant)
                                                                                                                 
                   


                                                  COG









mercoledì 19 giugno 2013

Carlo O. Gori: le "Memorie di pietra" nelle strade di Pistoia

Le "Memorie di pietra" nelle strade di Pistoia

Camminando per le strade del centro cittadino spesso ci capita, alzando lo sguardo su case e palazzi, di notare lapidi e targhe commemorative: una presenza discreta che accompagna gli itinerari della nostra vita. Entriamo qui nei panni del passante per soffermarci ad osservare questi “frammenti di storia” posti su edifici che, a differenza di cippi e monumenti,  hanno una stretta relazione col personaggio o con il fatto a cui si riferiscono.
Con l’Unità d’Italia,  a Pistoia, come in altre città, le lapidi commemorative si moltiplicano al fine di celebrare i personaggi del Risorgimento, patrioti e politici, ma anche uomini di cultura che con l’arte, la letteratura, la musica o la scienza hanno concorso alla costruzione di un patrimonio culturale comune nel quale identificarsi ed  in cui riconoscere le radici della nazione.
In tal senso due ampie epigrafi poste ai lati della porta del Palazzo comunale ricordano date significative: una, posta nel 1860, riferisce sul risultato del Plebiscito di annessione  e l’altra, del 1870, plaude a “Roma restituita all’Italia”; curiosamente, sul lato opposto della piazza, una lapide dedicata a Leopoldo II ricorda il ruolo avuto dal sovrano lorenese nel favorire il restauro del Palazzo del Tribunale.
Un’altra ampia lapide posta in P.za dello Spirito Santo, sul palazzo retrostante la statua del Card. Forteguerri, ci parla del Plebiscito relativamente ai Comuni di Tizzana, Montale, Serravalle, Lamporecchio, Marliana, Sambuca. 
Ma chi può rappresentare lo spirito del Risorgimento meglio di Garibaldi? Il 14 luglio 1867 il Generale fu a Pistoia, ospite dell’avv. Giuseppe Gargini in via della Madonna n. 40, e da qui, come rammenta un’epigrafe posta nel 1882, “parlò al popolo plaudente fatidiche ed amorose parole mallevando prossima la liberazione di Roma.”
Fra i personaggi risorgimentali pistoiesi, Niccolò Puccini (1799-1852), intellettuale, mecenate, filantropo, amico di letterati, artisti e patrioti, viene ricordato da una lapide collocata nel 1889 sul palazzo di famiglia in via del Can Bianco 13. A non molta distanza, in C.so Amendola 39, un’altra epigrafe posta nel 1905 da “i garibaldini pistoiesi” indica la casa dove morì Francesco Franchini (1805-1875), combattente a Curtatone, fatto prigioniero dagli austriaci, poi ministro dell'istruzione nel Governo Guerrazzi, infine preside del Liceo Forteguerri dopo l’Unità.
Due iscrizioni poste nel 1908 e nel 1909 in via Ripa della Comunità 8 e  in via Verdi 52 (già via della Pillotta) commemorano, indicandone le dimore, i due giovani martiri dell’occupazione austriaca del 1849, Sergio Sacconi (1830- 1849) e Attilio Frosini (1833-1849). Sempre in via Verdi due lapidi, collocate all’altezza del n. 19, sono dedicate al colonnello garibaldino ungherese Stefano Dunyov e segnalano che dal 1871 qui visse per diversi anni fino alla morte.
L’antica e prestigiosa Scuola medica pistoiese, ricordata dall’iscrizione collocata sotto il loggiato dell’Ospedale in P.za Giovanni XXIII, ed un’altra epigrafe posta nel 1906 sulla casa del medico e scienziato dell’agricoltura Antonio Matani (1730-1779) in C.so Fedi 53, introducono ad una doverosa considerazione sulla straordinaria fioritura che in campo medico-scientifico si avrà poi a Pistoia nell’arco del XIX secolo: gli illustri medici Filippo Civinini (1805-1844), Filippo Pacini (1812-1883), Atto Tigri (1813-1875), sono celebrati da lapidi poste sulle proprie dimore, rispettivamente in via della Madonna 46, in via P. Bozzi 10 ed in via S. Andrea 17.
In C.so Gramsci al n. 25 una lapide di epoca fascista, indica la casa natale del fisico Luigi Pacinotti (1807-1891) menzionandone anche il figlio, il pisano Antonio Pacinotti (1841-1912), inventore della dinamo. Sempre nella stessa via, all’altezza del n. 82, una targa apposta nel 2000 mostra la casa natale di Giovanni Michelucci (1891-1990), famoso architetto che ha molto prodotto nella sua lunga vita: fra le opere più conosciute è la stazione di Firenze. Nel campo delle lettere, delle arti e dello spettacolo notiamo innanzitutto che ben due lapidi sono dedicate alla breve (gennaio-agosto 1860), ma significativa, permanenza pistoiese di Giosuè Carducci, una collocata a lato dell'ingresso del Palazzo della Sapienza (oggi sede della Biblioteca Forteguerriana) dove il poeta insegnò, e l'altra all'altezza del n. 23 dell'omonima via (a suo tempo via dell'Amore) dove abitò con la famiglia.  Anche la scrittrice pistoiese Gianna Manzini (1896-1974) "che amò la sua città e la ritrasse nelle sue opere con squisita sensibilità artistica" è ricordata da una recente memoria fissata dal Comune sulla casa di via Vitoni 15 "ove visse dal 1909 al 1921".
Una lapide posta nel 1899 in via Cavour 10 rievoca Teodulo Mabellini (1817-1897), autore di “opere pregiate di musica sacra e teatrale”, mentre in via di Porta S. Marco 145 una targa del 1882 segnala il luogo della morte del commediografo pisano, notissimo nell’Ottocentro, Tommaso Gherardi del Testa, già combattente a Curtatone, avvenuta l’anno precedente presso la casa “della cara sorella”.
In via Abbi Pazienza 1 viene ricordato un altro illustre “straniero”, Carlo Lodovico di Borbone (1789-1883), già giovanissimo re d’Etruria, poi duca di Lucca (1815-1847) e infine duca di Parma fino al 1848, che erede del “palazzo che fu di Niccolò Sozzifanti…donava… al Comune di Pistoia l’anno 1863 perché vi si accogliessero gli istituti di beneficenza.”
Vengono menzionati anche alcuni personaggi “minori” del periodo post-risorgimentale: fra questi,  in via Verdi 48, il notaio e politico Cino Michelozzi, mentre un’altra lapide, collocata in C.so Gramsci, angolo P.za S. Francesco a fronte della vecchia fontana e di lato al Monumento ad Aldo Moro, rammenta che: “auspice Piero Bozzi sindaco…pure e fresche acque a Pistoia recavano incremento di salute e di decoro”,
Fra tante memorie “laiche” una lapide in via Abbi Pazienza 18 segnala l'Oratorio di San Filippo Neri, mentre un' altra,  collocata dai fratelli della Misericordia nel 1905, indica, in via della Madonna 58, un luogo dove si presume sostasse S. Francesco.
La casa natale di un illustre ecclesiastico, l’intellettuale Ippolito Desideri (1684-1733), missionario in Tibet dal 1715 al 1721, “primo in Europa a conoscere ed apprezzare la lingua, la religione e la civiltà del Tibet”, è indicata in via P. Bozzi 8 da un’ epigrafe posta dal Comune nel 1984.
Cinque lapidi ricordano poi episodi della II Guerra Mondiale e della Resistenza: in P.za S. Lorenzo si leggono i nomi dei popolani fucilati dai tedeschi il 12 settembre 1943, nella Piazzetta degli Umiliati si commemorano le vittime del terribile bombardamento aereo alleato del 24 ottobre 1943, una lapide posta sui muri della Stazione ricorda la partenza dei deportati nei lager nazisti, nella Piazzetta dell’Ortaggio, adiacente alla Sala, una memoria collocata sulle mura del vecchio ghetto il 27 gennaio 2010 ha ricordato la “profuga ebrea Regina Fiser, arrestata a Pistoia il 30 novembre 1943, deportata e uccisa ad Auschwitz”, mentre in P.za del Duomo, nel 2005,  sono stati onorati gli ex-partigiani pistoiesi che nel febbraio 1945 da lì partirono  per arruolarsi nel ricostituito esercito italiano e  combattere a fianco degli Alleati sulla Linea Gotica.
Vicende drammatiche del dopoguerra e di anni più recenti ci vengono infine rievocati dalle targhe dedicate all’operaio Ugo Schiano, ucciso in via Cavour durante una manifestazione il 16 ottobre 1948, ed al poliziotto Oreste Bertoneri che, nel corso di una rapina, cadde in via Orafi il 12 marzo 1987  “per la sicurezza di tutti i cittadini”.


       


                 


                                       Carlo O. Gori








Rielaborazione di miei articoli pubblicati su:


 su:


e su: 





domenica 16 giugno 2013

Leandro Piantini. Poesia: Francesco d'Assisi

Francesco d'Assisi *

Dio è lontano, ma noi fiduciosi lo aspettiamo.
Francesco gli fu vicino, come Gesù.
Amava Dio per gioia non per paura, aveva tutto
era ricco, bello, allegro, era un incantatore
non un guru superbo e arrogante. “Francesco, ripara
la mia casa”. E cominciò a soccorrere chi era senza speranza.

“Non temete, il necessario vi sarà dato”.
Anche allora i cuori erano aridi, gli uomini infelici.
“Può rinascere l’uomo?”. E cominciò l’avventura
della sua follia: le stravaganze, la misteriosa allegria…
Il piccolo uomo dagli occhi ardenti crede nella
vita eterna e sa che Dio ci ama perché siamo miseri.
Il mondo cambia, nessuno è più quello di prima.
Un popolo di soldati feroci di mercanti di spie
sente che sulla terra è sceso un profumo di Paradiso.
Francesco vive tra le creature dei campi, gli animali,
d’inverno dà vino e miele alle api perché si scaldino.
Che bisogno aveva dei poteri sacerdotali?

Una cosa lo rende tanto umano, si smarrisce davanti alle donne.
“Non fatemi santo, sono ancora capace di generare”.
E camminò tanto da rovinarsi la salute, lontano
dall’Umbria verde: Papa Innocenzo, l’oriente
dei Crociati, il Gran Saladino. “Dio, fammi rivedere l’orto
dove mia madre mi cantava le canzoni dei trovatori”.

La sua morte fu un grido che fece tremare il mondo.
Era arrivata la fine e la terra nella luce verdeggiava.

Francesco, il mondo ha bisogno di te e non lo sa.
I disperati che fuggono dalle bombe e dalla fame, dalle loro case
distrutte, non sono mai stati così tanti da che la terra fu creata.
Ritornerà un nuovo Francesco all’alba del terzo millennio?


                                                                  
     
                                                      Leandro Piantini


Scrissi questa poesia negli anni Novanta ma non l’ho mai pubblicata, forse perché non mi sembrava il momento adatto? Chissà… Leandro




*
Pubblichiamo, ringraziando, questa bella e significativa poesia che l’amico Leandro Piantini - fiorentino, noto letterato e critico letterario, col quale abbiamo in più d’una occasione felicemente collaborato, gentilmente e su nostra richiesta - fra le sue composizioni  qui sceglie, inviandocela dal suo bel blog:

http://leandropiantini.wordpress.com/2013/03/15/

Cogliamo inoltre questa occasione per felicitarci, a nome di tutti i soci e gli amici, col Prof. Renato Risaliti, Presidente della nostra Associazione, per essere stato recentemente eletto Presidente del C.I.R.V.I. - Centro Interuniversitario di Ricerche sul "Viaggio in Italia" con sede a Torino.

                                                                   Per l'Associazione Culturale Prometeo Pistoia
                                                                                                             
                                                                                                                       COG





mercoledì 12 giugno 2013

Mauro Raddi e Giuliano Giovannelli: Pienza, città ideale.

Angoli d'Italia                        Pienza, "città ideale" *




le cose, le case
sede del ''buen retiro"
e, di un'ideale rifondazione
sede reale e meta
del sommo sacerdote cristiano:
che almeno nell'angolino natio
si piccò di rimetter diritto
e finalmente a modo suo, del tutto persuasivo
il gran mondo;
col piccolo mondo
dei piccoli òmini
che fu il suo regno
(per privilegio, regalato alla casta - perché no?
d'arte ... )
se ne van mescolate
alle cose mie, e case
alle tracce d'un amore dolcissimo
dentro la solitaria mente          e ai ricordi
(neanche questo poi - giudico
bene? tanto cristiano ... )
Città ideale,
o microcosmo - di più:
isola di stupore!
sopra il lastrico di mattone rosso
tra Palazzo Grande e palazzetti
si spalanca, di marmo bianco, invitante                 e fan doppio castone,
gemma tra gemme, le terre]
il Duomo di Pienza

"ogni giorno le chiavi, nelle mani
di un custode fantasma un po' zoppo
ogni giorno gelosamente proteggono
la preziosa cavità inaccessibile ... "

dietro, c'è il vasto
vòto celestino, che affonda
della valle dell'Orda                e dell'acque
ai grandi piedi dell'imponente
disegnato da lontane              monte Amiata,
La quale affonda s'allarga-
non, s'allaga -
come nel megalomane progetto:
isola di stupore in Europa!
al di sotto, ecco di quella piccola incrostazione
ch'è Pienza
città a misura d'Omo
regalata in privilegio,
o monile prezioso della cima
(o si rimpiccolisce forse, fuor di quel sogno?"


"Solo le strade
innocue bisce di fango,
si aprono gialle
trai morbidi verdi
dei prati in collina:
lenti: linee verdechiare
morbide zolle di grano
acerbe."



Enea Silvio dei Piccolomini alias Pio Il come ogni orno sa ordinò al
fiorentino architetto detto il Rossellino la rinnovazione dell'antico
borgo natio Corsignano, piacendogli ribattezzarlo col suo nome. Ac-
carezzò addirittura
il progetto d'uno sbarramento del fiume Orcia
nella sottostante volle, per suscitarvi un lago; progetto però che -
volendo continuare con immagini del solito genere
- non  lasciò ....
il
porto.






     
                     

                    Mauro Raddi, Giuliano Giovannelli





La poesia è del socio Mauro Raddi tratta dal suo libro di poesie Le cose della natura e festa! (con le tabulazioni volute dallo stesso Autore) e i disegni sono del socio Giuliano Giovannelli

                                                                                                                    COG